Di Alessando D'Avenia (nella foto a lato by courtesy of libri come) che l'ha resa disponibile sul suo blog, e grazie alla segnalazione di Claudia.
Cari colleghi professori,
mancano 24 ore alla prima campana. I vostri aluni sono trepidanti, perché il primo giorno di scuola attraversa il cuore di un ragazzo come uno stormo di promesse. Sperano che quel primo giorno sia un giorno nuovo, sintomo di un anno nuovo, una vita nuova, direbbe Dante. Rendete quel giorno la loro Beatrice.
Non li deludete. Date loro un giorno indimenticabile. Non chiedete delle loro vacanze, non raccontate le vostre. Fate lezione: con un amore con cui non l’avete mai fatta. Preparate oggi quella lezione. È domenica e avete ancora qualche ora. Stupiteli con un argomento che desti la loro meraviglia. Uccideteli di meraviglia! È dallo stupore che inizia la conoscenza, diceva Aristotele e nulla è cambiato. Annichilite i grandifratelli, gli uominiedonne. Superateli in share con le vostre lezioni. Rinnovate in voi lo stupore. Spiegate loro l’infinito di Leopardi anche se non è nel programma, fateglielo toccare questo infinito di là dalla siepe dei banchi. Raccontate loro la vita e la morte di una stella. Descrivete loro la sezione aurea dei petali di una rosa e il segreto per cui la si regala al proprio amore. Stupitevi. Stupiteli. Fatevi brillare gli occhi, fate vedere loro che sapete perchè insegnate quella materia, che siete fieri di aver speso una vita intera a imparare quelle cose, perchè quelle cose contengono il mondo intero.
Stupiteli con la vita, quella che c’è dentro secoli di scoperte, conoscenze, fatti, libri. Fategliela toccare questa vita. Non torneranno più indietro. Sapranno di avere davanti un professore. Parola meravigliosa che vuol dire “professare”, quasi come una fede, la vostra materia. Se professate questa fede toccheranno attraverso di voi le cose di cui hanno fame: verità, bene, bellezza. Le uniche cose per cui viviamo, che lo vogliamo o no. Tutti vogliamo un piatto buono, un amico sincero, una bella vacanza. È scritto nel dna che vogliamo quelle tre cose, anche se costano fatica. Diamogliele.
Immaginate domani di entrare in classe. Durante la vostra lezione il mondo viene devastato da un’apocalisse. Per una serie di fortunate (!) congiunture siete rimasti vivi solo voi, con la vostra classe. Adesso dipende tutto da voi. Rimboccatevi le maniche, prendetevi cura di quei 20-30 come fosse il mondo intero. Che mondo sarà quello di domani? Dipende da te caro collega. Non ti lamentare dei politici, delle strutture, del riscaldamento, dell’orario, adesso ci sei solo tu e loro. Non ci sono ministri, riforme, strutture. C’è la scuola nella sua essenza. Tu e loro e quel che ci sta in mezzo: le parole. Gli animali si addestrano, gli uomini si educano: con le parole. Non c’è lo stipendio, perchè non c’è lo Stato e non c’è il privato: sono loro il tuo stipendio. Ti è rimasto solo un libro: quello della tua materia. Da lì devi partire per costruire il mondo intero. Quello è il punto di appoggio con cui sollevarlo, il mondo intero.
Se loro vedranno in te il fuoco ti ripagheranno con uno stipendio che nessun altro mestiere dà: saranno degli innamorati del bene, della verità, della bellezza (cioè della vita). Non saranno dei furbi, ma degli innamorati. Forse ti manderanno ugualmente all’inferno come Dante ha fatto – anche se per altri motivi – col suo maestro Brunetto, ma sapranno riconoscerti (come Dante) di avere insegnato loro “come l’uom s’etterna”: come l’uomo si è reso immortale nella storia e come l’uomo si rende immortale al presente.
Caro collega hai 24 ore. A te la scelta: un nuovo giorno, il primo, di una vita nuova.
Pare che il classico tema scolastico sulla famiglia non si possa assegnare più, perché secondo i pedagogisti «vìola la privacy».
Insomma, sarà proibito parlare di mamma e papà, del nonno, della nonna, dei parenti tutti (forse anche delle badanti). Cose di casa nostra. Però non ci lamentiamo troppo, perché nel resto del mondo i professori assegnano ai propri studenti tracce ben più "pericolose" di quelle sulla famiglia, tracce che avrebbero potuto assegnare Landru o Jack lo squartatore, e ai giorni nostri Bin Laden. Tre anni fa in una seconda media di una scuola italiana fu dettato il seguente componimento: «Se nella tua classe è presente un compagno antipatico, oppure un professore altamente noioso, escogita un piano diabolico per sbarazzartene, naturalmente attraverso la penna. Racconta, ambientando il giallo fra le pareti della tua scuola. Abbi cura di: presentare personaggi e abitudini; inscenare il ritrovamento di un cadavere; risalire alle caratteristiche della vittima, tali da "giustificare" la soppressione». La traccia spronava dunque gli alunni a elaborare un piano per assassinare un compagno fastidioso o un professore pedante (magari un insegnante di religione, un prete o una suora. In questo c'era ampia libertà di scelta). La scena del delitto doveva essere la stessa scuola frequentata dai ragazzi.
Ora da una scuola superiore australiana arriva una traccia che (c'è da giurare) il maestro Manzi non avrebbe mai dettato ma Ayman Al-Zawahiri (braccio destro di Bin Laden) sì. La traccia è questa: «Progetta un attentato terroristico in Australia, attentato con armi chimiche o batteriologice che faccia il numero più alto possibile di vittime tra gli australiani». La città da dove arriva la notizia è Kalgoorlie-Boulder, città mineraria nel Western Australia, e pertanto abituata alle esplosioni. Il sottotitolo (consideriamolo tale) del tema, recita: «Il vostro obiettivo sia quello di uccidere il più alto numero di civili innocenti per diffondere il vostro messaggio politico». L'alunno (potenziale kamikaze) avrebbe poi dovuto spiegare dove far esplodere le proprie armi, quali conseguenze esse avrebbero provocato sui corpi umani, i criteri per la scelta delle vittime e il momento migliore per attuare il piano.
Suppongo che temi sulla soppressione di individui, progetti di stragi, scempi, macelli, carneficine, massacri, stermini, non siano rari in scuole di certi Paesi islamici, ma che un tema a sfondo terroristico arrivi dall'Australia mi sorprende e non poco. Che cosa sta succedendo nelle scuole del mondo? Al tema sulla famiglia si sta pian piano sostituendo il tema dell'obitorio? Ad assegnare il compito, per di più, era una giovane professoressa. E uno tutto si aspetta da una donzelletta leopardiana fuorché faccia saltare in aria Recanati.
Ai miei tempi, nelle scuole si proiettava "Marcellino pane e vino", e si assegnavano temi morali. Ora Marcellino è stato sostituito dall' "Esorcista" (scuola di Baucina, Palermo) e i temi morali sono stati sostituiti da quelli immorali.
Sconcertante la difesa dell'insegnante australiana da parte del preside della scuola: «Le sue intenzioni erano buone». Mi figuro quelle cattive: Tema: «Descrivi come faresti a pezzi il genere umano, e come lo cucineresti».
A lato, la copertina del best seller del marchese de Sade, nell'edizione originale del 1795: La philosophie dans le boudoir, che ha come indicazione per l'uso "la mère en prescrira la lecture à sa fille".
Image by courtesy of le Blog de la quinzaine Sic: "pedagogia sessuale". Con questa grossolana traduzione dalla lingua legale confederale, si svelano le vere intenzioni dell'Ufficio della sanità: aver accesso ai programmi scolastici, meglio, avere potere su d essi.
Si tratta del nuovo programma dell'Ufficio della sanità pubblica. Il Giornale del Popolo propone un'intervsita al direttore di Aids Informazione Svizzera, un'ONG che informa (perché l'USP invece non lo fa) sull'epidemia di Aids.
Il dott. Giovanni Fantacci cita nell'intervista il testo del programma, che è tale da far venire i brividi:
[...]
Concretamente, come si traduce nel Programma questa visione di “sexual health”? Particolarmente problematico è il 1º obiettivo (cui ho accennato prima), che afferma: «Le persone residenti in Svizzera conoscono i propri diritti sessuali e la possibilità di farli valere». E ancora: «<La popolazione generale necessita di servizi di consulenza che combinino l’informazione sulla salute sessuale e riproduttiva con i diritti, la prevenzione dell’HIV e di altre MST e delle gravidanze indesiderate» (p. 7). Questa affermazione è inaccettabile perché non esiste nessuna base giuridica in materia. La tematica della prevenzione delle gravidanze è un corpo estraneo nell’ambito del programma in questione.
Ma su che cosa si basano le affermazioni contenute in questo primo obiettivo? Il programma fa riferimento alla Carta della IPPF (International Planned Parenthood Federation) del 2008, denominata “Carta IPPF dei diritti sessuali e riproduttivi”. La IPPF è fra l’altro nota per la promozione in vari paesi di programmi che promuovono l’aborto. Ma la carta della IPPF non ha alcun valore vincolante per la Svizzera, Paese che ha come punto di riferimento i diritti umani che sono da rispettare.
Secondo il nuovo programma nel nostro Paese dovrebbe assumere un ruolo di primo piano la PLANeS (Fondazione svizzera per la salute sessuale e riproduttiva), che è associata della IPPF ed è l’organizzazione di riferimento dei consultori per la pianificazione familiare, la gravidanza, la sessualità e l’educazione sessuale. La PLANeS interverrebbe in particolare nel campo dell’educazione sessuale a scuola.
Che cosa prevede la bozza per quanto riguarda l’eucazione nelle scuole? Si punta a una centralizzazione dell’educazione sessuale. Ecco alcuni passi della bozza che dimostrano un’altra volta come non abbiamo a che fare soltanto con un programma nazionale HIV/MTS, bensì con un vero e proprio programma di “sexual health”.
«Le autorità cantonali assicurano l’introduzione e l’attuazione dell’educazione sessuale nelle scuole. Esse garantiscono l’integrazione della tematica nei programmi didattici, adeguata al livello scolastico, e definiscono - congiuntamente con gli esperti - i criteri di qualità per l’educazione sessuale nelle scuole» (p. 70).
«È compito della Confederazione creare i presupposti di una soddisfacente pedagogia sessuale in tutto il territorio nazionale. Soprattutto essa provvederà alla sua adeguata attuazione nei programmi didattici e nella formazione degli insegnanti» (p. 69).
«La formazione e l’aggiornamento del personale insegnante e di altri specialisti che operano fra i giovani e si occupano della salute sessuale saranno organizzati in tutto il paese. Il centro di competenza della pedagogia sessuale PHZ stabilirà, congiuntamente alla PLANeS, gli standard dell’educazione sessuale nelle scuole. La PLANeS stabilirà gli standard dell’assistenza extra-scolastica per la gioventù, che sarà offerta da specialisti, e ne controllerà l’osservanza. Il materiale didattico sarà aggiornato in continuazione in base alle nuove conoscenze e sarà adattato, nella forma e nel linguaggio, alle necessità degli utenti» (p. 56).
Ricordo che i programmi didattici sono di competenza dei cantoni. L’intromissione della Confederazione nei compiti cantonali senza una relativa base legale è estremamente problematica. Si mira, ripeto, alla centralizzazione e al controllo dell’educazione sessuale da parte della Confederazione.
Torniamo al secondo punto da Lei indicato come problematico: l’accostamento alle MST dell gravidanze indesiderate. Nella bozza del programma si legge: «L’offerta di servizi deve essere concepita in modo che anche soggetti vulnerabili o in condizioni finanziarie precarie o senza stato definito (per esempio i richiedenti asilo) abbiano accesso ai servizi di prevenzione ed anche a contraccettivi a prezzi di favore. I preservativi e la pillola del giorno dopo (prevenzione post-coitale) dovranno essere sempre e facilmente reperibili in tutto il territorio nazionale» (p. 57).
Ma la prevenzione della gravidanza e la pillola del giorno dopo non rientrano nell’ambito della prevenzione HIV/MST! Ed è chiaro che con la pillola del giorno dopo non curiamo le malattie sessuali.
Qui a lato, una magistrale interpetazione del sogno di Ivan Karamazov, che dobbiamo a Lenskii
Auguriamo a Mons. Fisichella di affrontare davvero nel suo nuovo incarico (vedi l'intervista dal Corriere della Sera in calce) quello che Dostoevskij mise in scena in un particolare capitolo dei Fratelli Karamazov, dove risulta evidente che la questione non si pone, come crede Ivan, a livello di ragionamento, ma ben piuttosto di percezione della realtà, di estetica appunto.
Ivan è il mandante dell'assassinio di quel vecchio depravato che è suo padre. L'assassino è un altro dei fratelli Karamazv, quello privo del cognome: il figlio naturale Smerdiakov (dalla radice smert, cioè morte). A pagare per questo delitto sarà un altro fratello, Dimitri, che ha gridato ai quattro venti per giorni e giorni di voler liberare il mondo dal "mostro". Ivan fa uccidere suo padre perché ne è disgustato, ma per lo stesso buon gusto che gliene fa desiderare lamorte, lascia che sia un altro a compiere il delitto.
Lui potrà addirittura arrivare a fingere con se stesso di essere innocente - ma si procurerà anche un alibi di ferro, caso mai fosse necessario-, e continuerà a cercare di convincersi di non aver dato nessun genere di compito al fratello, il quale avrebbe invece mal interpretato le sue intenzioni: "con una persona intelligente anche due chiacchiere sono interessanti"
Riproduciamo dall'edizione Garzanti dei Fratelli Karamazov di Dostoevskj buona parte del capitolo IX del libro XI.
Il diavolo. Incubo di Ivan Fiodorovic
[...] «Allucinazioni, nelle vostre condizioni, sono più che possibili» aveva diagnosticato il dottore «anche se bisognerebbe verificarle... In ogni modo è necessario intraprendere seriamente una cura, senza dperdere un istante, o sarà peggio.» Ma Ivan Fiodorovic una volta separatosi dal dottore, non seguì quel saggio consiglio e sdegnò di sottoporsi a una cura: "Finché la reggo, ecco qua, tiro avanti: quando cascherò giù allora sarà un altro affare, e che mi curi pure chi vuole." decise con un gesto di noncuranza. E così ora stava lì seduto, sentendosi confusamente egli stesso d'essere in preda al delirio, mentre, come s'è detto, ostinatamente tornava a sogguardare qualche cosa alla parete di fronte, sul divano. Là apparì ad un tratto un uomo, Dio sa come entrato qui dentro, giacché nella stanza non c'era quando Ivan Fiodorovic, di ritorno da Smerdiakov, ci aveva posto piede.
Era costui un signore, o per dir meglio, un tipo caratteristico di gentiluomo russo, non più giovane, qui frisait la cinquantaine (direbbero i francesi) con una brizzolatura non molto accentuata sui capelli scuri, piuttosto lunghi e ancor folti, e sulla barbetta tagliata a cuneo. Indossava una specie di giacca da casa color cannella, di fattura evidentemente eccellente, ma un po' troppo portata; confezionata, ad occhio e croce, un tre anni prima, e ormai completamente fuori moda, sicché da un paio d'anni nessuna agiata persona di mondo ne portava di simili. La biancheria, la lunga cravatta mo' di sciarpa, erano in tutto e per tutto di quelle che portano tutti i gentiluomini eleganti; ma a guardar da vicino, la biancheria era sporchetta, e l'ampia sciarpa era molto lisa. I calzoni dell'ospite, a quadretti, cadevano a pennello, ma erano anch'essi troppo chiari, e direi troppo attillati, come ormai non si portavano più; allo stesso modo che il molle berretto di pelo bianco, che l'uomo si era messo in capo troppo fuor di stagione. In una parola, si aveva l'impressione di un'accuratezza alle prese con modestissime possibilità finanziarie. Veniva fatto di pensare che il gentiluomo appartenesse alla categoria degli oziosi ex possidenti, fioriti al tempo della servitù della gleba; uno che evidentemente avesse conosciuto il mondo e la bona società, che avesse, allora, avuto relazioni e magari le avesse mantenute fino ad oggi, ma assumendo insensibilmente, impoverito dalla vita allegra degli anni giovanili e dalla recente abolizione della servitù, certe maniere da parassita di classe, sempre in giro presso buone vecchie conoscenze, che lo accolgono volentieri per il suo carattere affabile e duttile, e anche in vista del fatto che si tratta pur sempre d'un uomo distinto, che può far comodo tenere alla propria tavola, seppur, alla fin fine, in un posto modesto. [...]
Non già che la fisionomia dell'ospite inatteso fosse benevola: ma era cedevole e pronta, secondo le circostanze, ad ogni amabile espressione. Orologio non ne portava, ma aveva un occhialino di tartaruga che pendeva da un cordoncino scuro. Ivan Fiodorovic serbava un silenzio stizzoso e non voleva incominciare a discorrere. L'ospite aspettava, e stava lì seduto proprio come il parassita ch'è sceso or ora dalla stanza assegnatagli per prendere il tè in compagnia del padrone di casa, ma se ne sta zitto in santa pace vedendo che il padrone ha da fare, e accigliato, riflette a qualche cosa, pronto poi a chiacchierare di qualsiasi piacevolezza, non appena il padrone sia disposto a incominciare. A un tratto il viso di lui espresse come un'improvvisa preoccupazione: «Senti» incominciò rivolgendosi a Ivan Fiodorovic «mi scuserai, ti voglio soltanto ricordare una cosa: ecco, tu sei andato da Smerdiakov per sapere di Katerina Ivanovna, ma sei venuto via senz'aver saputo nulla di lei: probabilmente, te ne sarai scordato....»
«Ah davvero!» sfuggì d'improvviso a Ivan e il suo viso si velò d'angoscia «Davvero me ne sono scordato.... Ma ormai non fa niente, a domani, come tutto il resto!» mormorò tra sé. «Ma tu» stizzosamente si rivolse all'ospite «... debbo essere stato io a ricordarmene, un momento fa, perché era di questo che mi struggevo d'angoscia! E ora, per il fatto che tu hai interloquito, dovrei credere che sei stato tu a suggerirmelo, e non che me ne sono rammentato da me?»
«E tu non ci credere» sorrise morbidamente il gentiluomo. «Si può forse credere per forza? Tanto più che a credere non aiutano prove di nessuna specie, e in particolare le prove materiali. Tommaso non credette perché vide Cristo risorto, ma perché aveva già il desiderio di credere. Pensa per esempio gli spiritisti,... a me piacciono un monte... figurati un po', ritengono di riuscir utili alla fede perché i diavoli del mondo di là mostran loro i cornetti. "Questa è pur sempre una prova, per così dire, materiale, che esiste il mondo di là". Il mondo di là e delle prove di esso: ah che tipi! E, in fin dei conti, foss'anche dimostrato il diavolo, è proprio detto che sarebbe dimostrato Dio? Io voglio iscrivermi in un'associazione idalistica e sostenervi l'opposizione: "Realisa, in fondo, sì, ma non materialista", he-he!»
«Senti» si levò ad un tratto su dal tavolo Ivan Fiodorovic. «Io ora sono come in un delirio... già, non dev'essere che un delirio... inventa quante trappole vorrai, non me n'importa niente! Non ci riuscirai a farmi andar sulle furie come l'ultima volta. Ho solo come un senso di vergogna... Voglio camminare per la stanza... A volte non ti vedo, e neppure odo la tua voce, come l'ultima volta; ma sempre indovino quel che macini, perché sono io, sono io, che parlo, e non tu! Soltanto non saprei se dormivo l'ultima volta, o ti ho visto da sveglio... Ora inzuppo l'asciugamano nell'acqua fredda e me lo applico in testa, e vedrai che tu andrai in fumo.»
Ivan FIodorovic andò nel cantone, prese l'asciugamano fece come aveva detto, e coll'asciugamano bagnato sul capo si mise ad andar su e giù per la stanza.
«Mi piace che, tra noi , ci siamo subito dati del tu» azzardò l'ospite.
«Stupido» scoppiò a ridere Ivan, «proprio del voi, proprio mi metterò a darti! Io ora mi sento allegro; se non mi facessero male le tempie... e questa nuca... Fammi soltanto il piacere di non metterti a filosofeggiare, come l'ultima volta. Se non puoi levarti dai piedi, almeno inventa qualche cosa allegra! Chiacchiera! Tu sei un parassita, e dunque chiacchiera. Mi si sta addensando intorno uno di quegli incubi! Ma di te non ho paura. Io riuscirò a dominarti. Non mi porteranno in manicomio.»
«C'est charmant: un parassita. Sì, mi ci riconosco perfettamente E chi sono io sulla terra se non un parassita? A proposito: io ti sto ascoltando e provo una certa sorpresa: per Dio, si direbbe che tu a poco a poco cominci a riconoscermi come qualcosa di reale, ben altro che una tua pura fantasia, come tenesti duro la volta scorsa...»
«Neanche un istante ti riconosco per una verità reale!» gridò Ivan, addirittura furente «Tu sei una menzogna, tu sei una mia malattia, tu sei un fantasma. Soltanto non so come fare a distruggerti e vedo che è necessario che per un po' io ti sopporti. Tu sei una mia allucinazione. Sei un'incarnazione di me stesso, ma di una parte sola di me stesso... dei miei sentimenti, dei miei pensieri, ma solo di quelli più ripugnanti e più stupidi. Da questo lato potresti anche riuscirmi interessante, se io avessi tempo di intrattenermi con te.... »
«Permetti, permetti, ti voglio subito cogliere in fallo: poc'anzi, sotto quel lampione, quando ti sei gettato su Alioscia gridandogli "Tu l'hai saputo da lui! Come l'hai saputo che lui vene a trovarmi?" Tu evidentemente volevi far menzione di me. Dunque, un momentino, un attimo, si vede che tu hai pur creduto, hai creduto che io realmente esisto» mollemente sorrise il gentiluomo.
«Sì, quella è stata una debolezza istintiva... ma non ch'io abbia potuto credere in te. Io non so se dormivo o ero desto, la volta scorsa. Forse allora ti vidi soltanto in sogno, e nient'affatto a occhi aperti...»
«Ma perché con lui sei stato tanto duro, con Alioscia? Egli è così caro, io sono colpevole davanti a lui per via dello starez Zosima »
«Non parlare di Alioscia! Come osi tu, lacché! » di nuovo scoppiò a ridere Ivan.
«Insulti, ma ne ridi tu stesso, buon segno. Tu del resto sei oggi con me immensamente più affabile che la volta passata, e io ne capisco il motivo: questa insigne decisione...»
«Non parlar della decisione!» violentemente gridò Ivan.
«Comprendo, comprendo, c'est noble, c'est charmant: domani vai a difendere il fratello e offri te stesso in sacrificio... c'est chevaleresque!»
«Taci! O ti prendo a calci!»
«Da un certo punto di vista ne sarò felice, perché allora il mio scopo sarebbe raggiunto. Calci? vorrebbe dir che tu credi nella mia realtà, perché non si danno calci a un fantasma... Scherzi a parte: a me, vedi? non importa un bel nulla: insultami pure, se vuoi; ma è pur sempre meglio essere un tantino più cortese, foss'anche con me. E invece, e stupido, e lacché, che parole son queste, via!»
«Insultando te insulto me stesso!» ancora una volta Ivan scoppiò a ridere. «Tu sei me, sei me stesso, mutato solo di faccia! Tu non fai che dir quello ch'io già penso... e niente di nuovo sei capace di dirmi!»
«Se m'accordo con te nei pensieri, ciò torna esclusivamente a mio onore» proferì il gentiluomo con finezza e dignità.
«Soltanto i miei pensieri abietti mi porti innanzi, e sopratutto stupidi.» [pare che parli della TV, NdR] Tu sei stupido e volgare. Tu sei terribilmente stupido. No, io non voglio sopportarti! Ma come fare, come fare!» e i denti di Ivan stridevano.
«Amico mio, io voglio ad onta di tutto essere un gentiluomo, e voglio pure che mi si accolga come tale» cominciò l'ospite in un accesso d'ambizione caratteristica dal parassita, e già d'avanzo deferente e benevola. «Io sono povero, ma ... non dirò d'essere molto onesto, ma ... comunemente, in società, si accetta come assioma che io sia un angelo caduto. Per Dio, non riesco a figurarmi in che modo ho potuto essere un angelo. Se mai lo fui, dev'essere stato tanto tempo fa, che non ricordarsene non è peccato. Ormai tengo soltanto alla mia reputazione di uomo distinto, e vivo, come si conviene, sforzadomi di riuscir simpatico. Amo gli uomini sinceramente: oh, m'hanno tanto calunniato! Qui, quando alle volte mi trapianto tra voi, la mia vita trascorre come qualcosa che esiste realmente, e questo m'è più gradito di ogni altra cosa. Anch'io, sai, come te soffro del fantastico: e perciò mi piace il vostro realismo terrestre. Qui da voi, tutto è così ben determinato, ridotto in formule, geometrizzato, mentre da noi, nient'altro che equazioni indefinite! Io, quaggiù, vado in giro e medito. A me piace meditare. Eppoi sulla terra, divento superstizioso... Non ridere, ti prego: è proprio questo che mi piace, diventare superstizioso. Qui tra voi prendo tutte le vostre abitudini: figurati che mi sono avvezzato a frequentare il bagno pubblico, e là ci prendo un gusto a crogiolarmi in compagnia di mercanti e di popi! In cima ai miei sogni sta questo: incarnarmi (ma definitivamente, irrevocabilmente) in qualche massiccia mercantessa, che passi il quintale, e credere a tutto ciò che crede lei. Il mio ideale sarebbe entrare in una chiesa e accendere, oh ma di cuore, una candelina: vede Iddio se non è così. Allora avrebbero fine le mie sofferenze. Perché sai, tra voi ho preso anche il gusto di sottopormi alle cure: a primavera è scoppiato il vaiolo, io ho preso e sono andato all'ospedale a vaccinarmi... e sapessi quel giorno come restai soddisfatto: sacrificai dieci rubli a pro dei fratelli slavi!.... Ma tu non m'ascolti. Sai che oggi c'è in te qualcosa che non va?» E il gentiluomo tacque per un momento. «So che ieri sera sei andato da quel dottore... Bene, come va la salute? che t'ha detto il dottore?»
«Imbecille!» tagliò corto Ivan
«E invece tu sei così intelligente! Di nuovo m'insulti? Vedi, non è mica perché m'interessi, ma così... Padrone di non rispondermi. Ora mi son tornati questi reumatismi...»
«Imbecille!» ripeté ancora Ivan.
«E dagli a dir così: ma intanto io mi son preso un reumatismo tale, l'altr'anno, che me ne ricordo ancora.»
«Il diavolo un reumatismo?»
«E perché no, se tratto tratto m'incarno? Io m'incarno e accetto tutte le conseguenze. Satana sum et nihil humanum a me alienum puto.»
«Come, come? Satana sum et nihil humanum... non è una stupidaggine, per un diavolo!»
«Sono felice che finalmente tu sia soddisfatto.»
«Ma questa, tu, non l'hai tolta a me!» si fermò Iva di colpo, come folgorato. «Questa non m'è mai venuta in testa, è una cosa strana...»
«C'est du nouveau, n'est-ce pas? Per questa volta mi comporterò onestamente e ti spiegherò ogni cosa. Ascolta: nei sogni, e specialmente negli incubi, provengano dai disturbi di stomaco o da qualche altra cosa, accade che all'uomo appaiano tali visioni artistiche, realtà tanto complesse e concrete, tali avvenimenti, o addirittura un mondo intero di avvenimenti collegati fra loro da un intreccio tale, ricchi di tante inaspettate particolarità, dalle tue più elevate manifestazioni all'ultimo bottoncino che hai sulla camicia, che (ti giuro) Lev Tolstoj non saprebbe comporre niente di simile; e invece questi sogni appaiono spesso a persone tutt'altro che dotate di fantasia, alle persone più ordinarie del mondo: impiegati, scrittori d'appendice, popi... Questo costituisce un vero e proprio problema: un ministro, per esempio, mi confessò lui stesso che tutte le sue migliori idee gli venivano mentre dormiva. Ebbene, così sta accadendo anche adesso. Ammettiamo ch'io sia una tua allucinazione: ma appunto come in un incubo, dico cose originali, cose che a te non sono mai venute in mente finora, di modo che faccio ben altro che ripetere semplicemente i tuoi pensieri, pur restando soltanto un incubo e nulla più.»
«Menti. Il tuo fine è proprio quello di farmi credere che esisti di per te, e non come incubo mio: e ora mi vieni a confermare per primo che tu sei un sogno.»
«Amico caro, oggi ho scelto un metodo speciale, che dopo ti spiegherò... Aspetta un momento: dov'ero rimasto? Ah, sì, presi dunque un raffreddore: però non tra voi, stavo ancora là...»
«Dove là? Ma dì, stara molto ancora qui con me? Non potresti andartene?» in una specie di disperazione gridò Ivan. Smise di camminare, si sedette sul divano, tornò ad appoggiarsi coi gomiti al tavolo, e si serrò fra le mani la testa. Si strappò di dosso l'asciugamano molle e lo gettò via stizzito: evidentemente, non giovava a nulla.
«Tu hai i nervi in disordine» commentò il gentiluomo con un'aria di disinvolta indifferenza, ch'era però perfettamente amichevole. «Ti adiri con me perfino per questo, ch'io abbia potuto buscare un raffreddore: eppure, m'è capitato nella maniera più naturale. Quella volta, io m'affrettavo a una serata diplomatica in casa d un'altissima dama pietroburghese, che mirava a diventare ministressa. Sai, frac, cravatta candida, guanti, non mi mancava nulla: soltanto, io mi trovavo ancora Dio sa dove, e per cadere tra voi sulla terra mi stava innanzi un volo... si trattava in fin dei conti di un battibaleno, ma sai, anche un raggio di luce impiega dal sole otto minuti buoni, e io, figurati, ero lì in frac e gilé aperto. Gli spiriti non van soggetti a congelarsi, ma io in quel momento mi ero già incarnato, e così... per dir tutto in una parola, commisi una sventataggine: mi lasciai venire giù... Ma cosa credi, in quegli spazi lassù, nell'etere, in quelle acque diffuse super fimamentum, ohi, c'è un tale gelo... cioè, che gelo! non s può più quello chiamarlo gelo: immagina un po' tu, centocinquanta gradi sotto zero! È noto lo scherzo delle ragazze di campagna: a trenta gradi sotto zero, propongono a un novellino di leccare la scure; in un lampo la lingua si gela, e il bietolone, facendo sangue si strappa la pelle; e questo, nota bene a trenta gradi soltanto... A centocinquanta, ma lì basta, credo io metterci un dito, sopra la sucre, e addio quel dito: posto che si potesse, lì, trovare una scure...»
«Ma si potrebbe, lì trovare una scure?» distratto e disgustato lo interruppe Ivan a questo punto. Egli faceva resistenza con tutte le sue forze per non credere al proprio delirio, e non precipitare irrevocailmente nella pazzia.
«Una scure?» domandò di rimando l'ospite meravigliato.
«Una scure, sì, che ne sarebbe lì?» con non so quale furiosa e accanita ostinazione gridò ad un tratto Ivan Fiodorovic.
«Che ne sarebbe in quegli spazi di una scure? Quelle idée! Se cadrà ad una certa distanza, comincerà (penso) a girare intorno alla terra senza sapere il perché, come un satellite. Gli astronomi calcoleranno il tramonto e la levata della scure, Gatzúk la introdurrà nell'almanacco, ed ecco tutto.»
«Tu sei stupido, sei terribilmente stupido!» ostinatamente ribatteva Ivan. «Menti in una maniera più intelligente, o io non ti darò più retta. Tu vorresti vincermi col realismo, darmi a credere che tu esisti, ma io non voglio credere che tu esisti! E non ci crederò!»
«Ma io non mento affatto, è la pura verità: purtroppo la verità è quai sempre poco geniale. Sì, tu aspetti da me (lo vedo bene) qualcosa di geniale, qualcosa fors'anche di sublime. Mi dispiace molto perché o do soltanto ciò che posso...»
«Non filosofeggiare, asino!»
«Che filosofia vuoi che faccia, se ho perduto tutto il lato destro, e gemo e muggisco! Ho consultato tutta la scienza medica: sanno diagnosticare ch'è un piacere, ti snocciolano la malattia da capo a fondo, così sulle dita, ma al dunque, guarirti non sanno mica. Mi capitò uno studentello esaltato: "Seppure" diceva "morrete, in compenso saprete perfettamente di che male siete morto!". Eppoi quella maniera che hanno di mandarti dagli specialisti: noi, sa, non facciamo che la diagnosi, ma lei vada dal tale specialista, che la farà subito guarire. Davvero, davvero, te lo dico io, è sparito il dottore di una volta, che ti curava di qualunque malattia: ora non c'è più che specialisti, e badano a farsi la réclame sui giornali. Ti s'ammala il naso? Ti spediscono a Parigi, quello ti esamina il naso: io, dice, vi posso curare soltanto la narice destra, perché narici sinistre non le assumo in cura, questo non rientra nella mia specialità: ma, terminato qui, recatevi a Vienna, là c'è uno specialista apposta che finirà di curarvi la narice sinistra. Che ci vorresti fare? Sono ricorso ai rimedi del volgo: un tedesco mezzo dottore m'ha consigliato di prendere dei bagni strofinandomi con miele e sale. Io, unicamente per entrare in bagno una volta d più, ho fatto la prova: m'impiastiricciai da capo a piedi, e nessun giovamento. Disperato scrissi al conte Maffei a Milano: mi mandò un libro e delle gocce, Dio gli perdoni. Figurati un po': l'estratto di malto di Hoff fu la mia salvezza! Ne comprai per caso, ne bevvi mezza boccetta e mi sarei messo a ballare: era come se una mano mi aesse tolto ogni male. Immediatamente pensai di far stampare sui giornali un ringraziamento: il senso della gratitudine mi parlava dentro; ed ecco che ne venne fuori tutt'altra storia: non ci fu redazione che me l'accettasse! "Sarebbe molto retrogrado" dicevano, "nessuno ci crederebbe: le diable n'existe point. Lei," mi consigliavano "stampi anonimo." Sì, un bel ringraziamento, anonimo! i metto a scherzare coi redattori: "In Dio, al tempo nostro, sarebbe retrogrado credere, ma vedete, io sono il diavolo, credere in me è permesso". "Comprendiamo" dicono quelli "e chi non crede al diavolo? Ma tuttavia non è possibile, potrebbe nuocere all'indirizzo del giornale. In forma di scherzo, forse, acconsentireste?" Eh, come scherzo, pensai, sarebbe poco intelligente. E così non mi pubblicarono nulla. Ci credi? È una cosa che a me è rimasta nel cuore. I miei migliori sentimenti, come ad esempio la gratitudine, mi sono formalmente vietati, unicamente a causa della mia posizione sociale.»
«Daccapo sdruccioli nella filosofia?» con odio sibilò Ivan tra i denti
«Me ne guardi Iddio; ma vedi, è impossibile, alle volte, non lamentarsi. Io sono un uomo calunniato. Ecco, tu mi ripeti ogni momento che sono stupido. Si vede bene che sei un giovane. L'intelligenza, amico mio, non è tutto! Io ho di natura un cuore buono e allegro "e so perfino, sai, vari piccoli vaudevilles" [Satana cita dal Revisore di Gogol NdR] Tu a quanto pare mi consideri proprio come un Chlestakov coi capelli grigi; e invece il mio destinoo è molto più serio. Per non so quale investitura pretemporale, che io non sono mai stato capace di speigarmi, ho l'incarico di "negare", mentre sono sinceramente buono, e nient'affatto tagliato per la negazione. "Nossignori, mettiti a negare, ché senza la negazione non ci sarebbe critica", e che razza di giornale sarebbe quello che non avesse la sezione "sezione della critica"? Senza critica non resterebbe che l'osanna. Ma per la vita il solo osanna è poco; è necessario che questo osanna passi attraverso il crogiolo del dubbio: e così via su questo tenore. Io, del resto, in tutte queste cose non c'entro: non sono stato io a crearle così, e non sta a me riponderne. Ma sì! m'hanno scelto come capro espiatorio, m'hano costretto a scrivere nella sezione della critica, e n'è risultata la vita. La comprendiamo noialtri, questa commedia: io per esempio desidero puramente e semplicemente il mio annientamento. No (dicono), vivi, perché se tu non ci fossi, niente potrebbe accadere.»Se sulla terra tutto fosse secondo ragione, allora non accadrebbe più nulla. Mancando te, non si avrebbero accadimenti di sorta, mentre è necessario che accadimenti vi siano. E così, indurendomi il cuore, presto servizio affinché accadimenti vi siano, e fornisco l'irragionevole a richiesta. Gli uomini prendono tutta questa commedia per una cosa seria, nonostante il loro incontestabile ingegno. In questo appunto è la loro tragedia. Sì, essi soffrono, indubbiamente... ma in compenso vivono, vivono in modo reale, e non fantastico: giacché soffrire, significa vivere. Senza soffrire, che piacere ci sarebbe nella vita? Tutto il mondo si ridurrebbe a un Te Deum senza fine: cosa santa, ma tediosa. Ebbene, io invece? Io soffro, ma tuttavia non vivo. Io sono la x di un'equazione indeterminata. Io sono non so che fantasma, il quale ha distrutto tutti i limiti e tutti i principi, e s'è dimenticato egli stesso, infine, del proprio nome. Tu ridi... cioè no, non ridi, ti adiri di nuovo. Tu ti adiri eternamente; tu vorresti sempre e soltanto dell'ingegno; eppure io ti ripeto che darei tutta questa vita sublunare, tutti i più alti gradi ed onori, pur d'incarnarmi nell'anima di una mercantessa da un quintale, e accendere candelette a Dio.»
«Dunque anche tu non credi in Dio?» con odio sogghignò Ivan.
«Ossia, come dirti... purché tu parli sul serio...»
«Esiste Dio o non esiste?» con rabbiosa insistenza tornò a prorompere Ivan.
«Ah, parli proprio sul serio? Cuore mio, per davvero non lo so: cosa vuoi hai proferito una gran parola!»
«Non lo sai e intanto Lo vedi? No, tu non esisti di per te, tu sei me, tu sei me e nient'altro! Tu sei una bubbola, un'immaginazione mia!»
«Vale a dire, se permetti: la mia filosofia è tutt'uno con la tua: questo sarà più esatto. Je pense donc je suis, ecco quel che so con certezza: quanto poi a tutte l'altre cose che mi circondano, tutti questi universi, Iddio, e lo stesso Satana, per me è tutta roba che non è dimostrato se esista in sé, o sia semplicemente una mia emanazione, temporanea e individuale.... Ma tronco qui perché mi pare che sei sul punto di saltar su a menarmi!»
[...]
al telaio della finestra, d'improvviso risuonò dal di fuori un bussar netto e imperioso. Ivan Fiodorovic balzò su dal divano.
«Senti, sarebbe meglio che aprissi» proruppe l'ospite «È tuo fratello Alioscia, che porta una notizia inattesa, e interessante davvero, te lo garantisco io!»
«Zitto, ingannatore: già da prima che tu me lo dicessi, io lo sapevo che questo era Alioscia, e avevo il presentimento: e certo non sarà mica venuto per nulla, l'avrà certo portata quella "notizia"!» esclamò infuriandosi Ivan.
«Aprigli dunque, aprigli. Di fuori è una tormenta e lui ti è fraello. Monsieur sait-il le temps qu'il fait? C'est à ne pas mettre un chien dehors...»
Il bussare si prolungava. Ivan avrebbe voluto portarsi alla finestra: ma qualche cosa era come se a un tratto gli avesse legato piedi e mani. Egli fece uno sforzo supremo, come per spezzare i suoi vincoli: ma invano. I colpi alla finestra si facevano via via più forti e rimbombanti. Alla fine, di netto si spezzarono i vincoli, e Ivan Fiodorovic balzò su dal divano.
Egli si guardò intorno stralunato. Tutt'e due le candele erano quasi consumate fino in fondo; il bicchiere che un momento fa aveva scagliato sull'ospite, gli stava lì dinanzi sulla tavola, e sul divano di fronte non c'era anima viva. I colpi sul telaio della finestra, sebbene continuassero insistenti, non rimbombavano davvero come, poc'anzi gli era sembrato in sogno, anzi erano assai discreti.
«Non era un sogno questo! No, lo giuro, non era un sogno: son tutte cose accadute, or è un istante» proruppe Ivan Fiodorovic, si slanciò alla finestra e aprì lo sportellino.
«Alioscia, eppure ti ho proibito di venire qui!» incollerito gridò al fratello. «In due parole: in due parole, che cosa ti occorre? In due parole, capisci?»
«Un'ora fa si è impiccato Smerdiakov» rispose Alioscia di fuori.
«Vieni all'ingresso, ti apro subito» disse Ivan, ed andò ad aprire ad Alioscia.
01/07/2010 - Nel giorno della nomina alla guida del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, il rettore della Lateranense racconta «di una sfida che va raccolta come nei primi tempi della Chiesa» (Corriere della Sera, 1 luglio 2010)
«Mi viene in mente una frase di Dostoevskij che dice più che mai la questione cruciale della fede oggi: “Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del Figlio di Dio, Gesù Cristo?”». L’arcivescovo Rino Fisichella sa di non avere davanti a sé un compito facile, «ma è una sfida che va raccolta come nei primi tempi della Chiesa e negli altri momenti di crisi nel corso della storia». Nel giorno in cui diventa ufficiale la scelta del Papa di affidargli una novità decisiva del suo pontificato, il Consiglio per la «nuova evangelizzazione» dell’Occidente, monsignor Fisichella è tempestato di congratulazioni, compresi i messaggi dei presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, e le telefonate di parlamentari di tutti gli schieramenti. Dopo il pellegrinaggio con deputati e senatori a Mosca e San Pietroburgo, a settembre, lascerà tuttavia anche l’incarico di «cappellano» della Camera, come già quelli di rettore della Lateranense e di presidente della Pontificia Accademia per la Vita, «per forza, non potrò dedicarmi ad altro...». Eccellenza, Benedetto XVI ha parlato di «eclissi del senso di Dio» nella società, dei «tempi piuttosto difficili» che la Chiesa sta attraversando. La secolarizzazione, gli scandali. Che cosa può fare, la Chiesa? È chiaro che stiamo vivendo un momento difficile. Però la cosa bella è che la crisi fa diventare di nuovo progettuali. E qual è, il progetto? Tornare all’essenziale: mettere al centro l’annuncio di Gesù. Vede, l’eclissi diffusa del senso di Dio ha portato anche noi uomini di Chiesa a smarrirci in un labirinto che in alcuni ha fatto perdere di vista l’obiettivo principale: dobbiamo recuperare la missione della Chiesa, che è appunto l’evangelizzazione. Il Papa ripete che il «pericolo più grave» per la Chiesa proviene dal male al suo interno. Si tratta di questo? Certo, ci sono i casi di pedofilia e, più in generale, i casi di distrazione dagli obiettivi essenziali che portano ad impelagarci in tante situazioni estranee: se la Chiesa dimentica il suo scopo, la sua natura, se dimentica di annunciare la salvezza e dare speranza all’uomo di oggi, allora è inevitabile che diventi uno dei tanti gruppi presenti nella società. E finisca per perdersi in quel labirinto che la allontana dalla sua missione. Si espone al male? Si espone al rischio di essere un gruppo come tanti. Di diventare un gruppo sociale. Ma noi non siamo questo: fin dai primi tempi, la Chiesa si è distinta da qualsiasi altra comunità perché celebrava l’Eucarestia, annunciava la parola di Dio e testimoniava la carità. E l’annuncio del Vangelo al mondo contemporaneo richiede testimoni credibili. È anche un problema di tentazione del potere? Quando diciamo tornare all’essenziale, diciamo tutto. Una parola spiega ogni cosa: tenere lo sguardo fisso su Gesù Cristo. Perché così riusciamo a leggere in maniera diversa la nostra presenza nel mondo e capire maggiormente le esigenze dell’uomo. Del resto, la Chiesa vive di purificazione e rinnovamento. Che cosa le ha detto, il Papa? Ho avuto conferma della sua visione molto chiara, lucida e profonda di quello che dovrebbe essere il nuovo Pontificio Consiglio. Ma non c’era bisogno di conferme: Joseph Ratzinger è una grande personalità nel mondo teologico e culturale che più di tanti altri, da diversi anni, ha studiato e compreso la secolarizzazione. Adesso, come Papa, sa bene qual è il compito della Chiesa. Ma come si muoverà il nuovo Consiglio? Si tratta di impegnarsi su due fronti. Da una parte, la collaborazione con i dicasteri che per diversi aspetti già lavorano in questo ambito nella Santa Sede. Dall’altro un lavoro con le conferenze episcopali e le Chiese in Europa, nell’America del Nord e del Sud, in Australia, insomma in tutto ciò che di fatto è Occidente, le chiese di antica fondazione almeno come tradizione. La nuova evangelizzazione si rivolge ai Paesi già “credenti”, dove ci sono battezzati ma si fa strada l’indifferentismo, l’allontanamento dalla Chiesa e dalla pratica religiosa, il relativismo etico... E quindi? È un’opera in costruzione, dobbiamo riflettere e trovare gli strumenti, i linguaggi e le forme perché l’annuncio di Gesù possa ancora suscitare la fede nell’uomo contemporaneo. A breve, il Papa stesso ci darà indicazioni e competenze nella sua lettera apostolica di fondazione del nuovo Consiglio. Come si fa, con un dicastero? Non verrà calato nulla dall’alto. È importante chiarire una cosa: non si comincia da capo, in tutte le Chiese c’è una grande vitalità, sono sorti movimenti e associazioni, ci sono le parrocchie e il volontariato. E nostro compito sarà leggere tutto questo fermento e farlo diventare un progetto comune e unitario, nel rispetto delle diverse tradizioni. Ma è vero che siamo in una situazione analoga ai primi secoli? A Parigi, al Collège des Bernardins, il Papa lo ha detto chiaro: la nostra cultura si è formata grazie al quaerere Deum, alla ricerca di Dio. Il compito che ci aspetta è questo: e non significa demonizzare le culture del nostro tempo, che al contrario vanno lette e comprese per fare emergere la capacità di cercare Dio. D’altra parte la cultura dei Paesi in Occidente è impregnata di cristianesimo, occorre mostrare questa tensione, perché l’uomo di oggi ha bisogno di Dio: altrimenti non sa dove andare né riesce a capire se stesso. Benedetto XVI richiamava il «programma conciliare»... Questa sfida è una conseguenza inevitabile del Concilio Vaticano II. Penso al documento più bello e innovativo, la Dei Verbum, lo sforzo di riproporre la Rivelazione. Ce la farà, la Chiesa? Come ha detto Benedetto XVI: la Chiesa è giovane, resta giovane. Lo scriveva anche Wojtyla nella Novo Millennio Ineunte: in questi duemila anni, il passo dei credenti non si è stancato. Siamo giovani.
A lui dobbiamo un piglio tutto svizzero nell'imprenditoria: dal Libano, la Svizzera del Medioriente, a Bienne, la capitale dell'orologeria svizzera, che ha completamente reinventata.
Souvenir : un soir de novembre 2008, le fond de la crise débutée le 14 septembre de cette même année met le moral de la planète à zéro. En Suisse aussi la peur des lendemains qui déchantent s’installe. Le pessimisme est promu au rang de religion. 19h30, TSR, le Téléjournal. Un homme apparaît à l’écran, vous Monsieur Hayek. Et vous remontez les bretelles non pas aux membres de la direction de Swatch, non, vous le faites au pays tout entier.
« Il ne faut pas baisser les bras, il faut être courageux, ce pays à la capacité et les moyens de s’en sortir mieux que d’autres, il faut travailler au succès de demain ».
Leçon d’optimisme. Et soudain, devant l’écran aux éternelles mauvaises nouvelles, une bouffée de fraicheur et de bon sens. Oui la Suisse peut se reconnaître en vous, et vous doit une fière chandelle depuis longtemps. Merci beaucoup. Gaetan.
When Stacie Lewis's daughter was born with brain damage, her hopes were shattered. But May's first year has been one of small triumphs – and huge fun
Thursday, 29 April 2010
RICHARD MILDENHALL
I had an easy pregnancy. Normal scans, a healthy glow. Looking back, I can understand why I thought everything would go to plan. There is no history of health problems in my family, so it didn't once cross my mind that my child would be anything but normal.
My life now contrasts entirely with what I thought it would be after having a baby. I imagined struggling to settle her down to a routine, or waiting for my body to heal while heaving myself out of bed at 2am for a feed. I dreaded the normal things any new mother would: sleepless nights and her piercing cries. But, I also thought that I could deal with that for a year. What I really dreaded was the boredom. I thought maternity leave would lose its sparkle after a few months. Now, I feel ashamed that I ever felt that way. But, it is true; I thought it would be dull: months at home, surrounded by dirty nappies and annoying toys, with only a baby's cry to converse with.
After May's birth, these assumptions haunted me. She wouldn't eat. She suffered seizures. One week later, she was diagnosed with brain damage.
Our simple dreams for her – school, work, marriage – crashed against the severity of her injury. We feared to hope for anything more than the most basic of newborn reflexes: the ability to suck and swallow. For us, everything else – to sit unsupported, to speak our names – became pipe dreams overnight.
It was as though I had cursed myself with that famous phrase, "May you live in interesting times." What I had imagined I would dread about my first year with my daughter became the only thing I desired. Oh, for several months of the dullest days of my life spent knee-high in dirty nappies accompanied by screams and squeals! That would have been an absolute joy.
I'm not a neurologist. I'm not even a nurse. I struggled to understand the magnitude of my daughter's injury and how I was meant to help her. It is a terrible thing to live under the pressure of a diagnosis with no cure or cause; worse when a parent is told their child may not achieve independence in any way, not even to lift her own head or swallow food, but that if she does, it will be down to parental involvement.
Before May was born, I anticipated rolling along through the days, making mistakes and learning from her. A first baby gives birth to a mother as well as a daughter. May had no idea of the terrain ahead. Neither did I.
Unlike other new mothers and babies, May and I were almost never on our own. There was always a professional looking over my shoulder. Sometimes the advice was helpful, but other times, especially in hospital, working with a new nurse every two days, it was contradictory. One would say, "Don't pat her, it will over-stimulate her." A shift change later, and a nurse would whip May out of my arms to demonstrate how to pat her to help her digestion.
The first weeks of May's life, our time to forge an everlasting bond, when I was to learn the landscape of her body and soul, we became acquainted under the gaze of hundreds of strangers in hospital. I yearned to go home to start our life together. And I was terrified, for exactly the same reason.
In the hospital, when I would ask questions about what would happen when May came home, the staff would try to reassure me. "Don't worry," a nurse would say, "there will be a whole team of people working with May when she gets home." I was desperate for someone to say we would be fine on our own. I can understand now why a parent would turn down support for their child. Every professional you welcome into your home, or make an appointment to visit, is further confirmation that your child is needy.
At home, it felt like we'd been invaded. May has a physio, speech and language, visual and occupational therapist. She has outreach workers and key workers. Not to mention six doctors investigating various aspects of her brain injury, from her seizures to her visual impairment. Despite the wonderful support that May's team gave her, sometimes it felt like I was being assaulted with information. At other times, it felt like no one could answer my questions.
At home, in between appointments, we cuddled on the sofa and I sang sweet lullabies to her. Even with her problems, she thrilled me with her accomplishments. I have about 20 videos of her on her play mat, all from one afternoon when, for the first time, I saw her reach a shaky arm up and it tapped against her toy monkey. For me, this was the equivalent of her winning a marathon. And the more I witnessed May attempting new skills, the more desperately I wanted to help her achieve them. There are no books written about how to assist in the cognitive development of a brain-damaged baby, and yet I was constantly told that the first year of her life was vital to her development. How is a parent meant to exercise a baby's brain? Rather than my maternity leave dripping by at an interminable rate, I spent 12 months chasing time. Every day was a day lost in the battle to progress May's development. Where to begin? What would help her more? Sensory stimulation? Physical movement? Classical music? A diet of brain food? With no medical knowledge whatsoever, I felt that May's future was dependent on a total novice: me. I also felt my inexperience strongly when negotiating the endless bureaucracy involved with May's care. Every piece of equipment she needed, or financial assistance she was entitled to, was accompanied by forms, such as the 39-page Disability Living Allowance form.
I struggled to get May appointments with specialists. Sometimes my request for a referral was questioned, but more frequently it was the administrative side of things that let us down: referral forms lost, hospital appointments were never made. Every day, I spent hours chasing up appointments on the telephone. I still do.
May is a delightful baby. Aside from the emotional trauma we felt, or the tediousness of an endless string of medical appointments, she is an absolute pleasure. She remains unaware of the dire predictions for her future. Rather than lie in her cot, totally unresponsive, she took up Olympic-level bouncing and gorgeous squeals of pleasure at the sound of bird song or the touch of her father's tickles. She learned to recognise the sounds she loved, her door creaking open in the morning, the bath running or the swish of milk in her bottle.
A week ago, May turned one year old. In her honour, a banquet was laid on and champagne popped. We stuffed over 20 friends and family into our tiny flat and all cheered for May, while she soaked up the attention.
Poor May had woken up, bleary-eyed and drippy, with a cold. A year ago, I couldn't have imagined that the worst physical ailment she would have on her birthday would be the sniffles. All those months ago – when I thought May and I would be forever trapped in her injuries – a celebration like this never crossed my mind. I felt an amazing mixture of triumph and love as my husband and I wrapped our arms around our daughter in front of everyone. Together, we blew out the candles that topped a homemade cake, adorned with a wonky, frosted monkey. And we made a wish for May.
My aspirations for May have changed. Maybe ridiculously, I still hope she will achieve some of the things I imagined for her a year ago. I'd love her to go to school, have a job, get married. I suppose the big change is that I don't expect her to do anything any more; I hope she does. And, I treasure each new accomplishment of hers. However small, for us they are stupendous.
I don't know what the future holds for her. The baby of my imagination, along with the life I had envisioned, disappeared a year ago. In its place I have something completely different and which I adore. A challenge, yes. A misery, no. Dull? Never.
Stacie Lewis's blog is at mamalewis.wordpress.com. She is the author of the autobiographical novel 'Taking the Plunge' (Snowbooks).
Un gruppo di persone ha aperto su Facebook una pagina intitolata Giochiamo al bersaglio con i bambini Down. Non mi sono stupito. Mi ha addolorato ma era prevedibile: stupisce semmai che ci sia chi crede di essere originale a stigmatizzare i malati di Sindrome Down. Pensano forse di dire una cosa nuova?
Ma accade ogni giorno in mille e mille parti del mondo, e non solo per colpa del bullismo, che le persone Down, prima o dopo la nascita, vengano trattate diversamente dagli altri! Da una parte si spende per l’integrazione e la rimozione delle barriere; dall’altra miliardi sono spesi con la diagnosi prenatale genetica per investigare prima della nascita se il bimbo ha la sindrome Down, - diagnosi cui nella maggior parte dei casi segue un aborto - mentre solo gli spiccioli vengono usati per cercare una reale terapia; questo messaggio ambivalente non può che creare disorientamento.
E come non restare disorientati di fronte al clima culturale e sociale che porta quasi ogni donna in Italia ad eseguire uno screening - talvolta invasivo, talvolta solo con ecografie e analisi del sangue - per scoprire se il suo bambino è Down? A che fine? Certo, in alcuni casi per combattere un’ansia e un’agitazione in atto. Ma – a parte questi casi d’ansia e dato che terapia non ne esiste - a quale fine non aspettare di sapere alla nascita come sta il bimbo? Curiosità?
Ci stupiamo degli autori di questa pagina odiosa, ma dovremmo riflettere sulla nostra responsabilità in questo clima di stigmatizzazione prenatale e dopo la nascita. Nei quotidiani e in TV lo spazio dedicato ai disabili è minimo se non trascurabile; quando se ne parla si fa quasi solo per casi penosi o per violenze, mai per raccontarne i progressi medici o i successi sul lavoro.
E state tranquilli che le Paralimpiadi di Vancouver (12-21 marzo 2010), esempio di grande umanità e grandi gesti atletici, non ve le mostrerà quasi nessuno. Nelle scuole, quasi mai c’è chi insegna agli altri studenti come un bimbo malato non sia un ostacolo, ma una risorsa per una lezione di umanità, pazienza, collaborazione, apprendimento di linguaggi, empatia che nessun libro può dare. Sono alcuni esempi di un clima negativo e censorio verso la disabilità, che chiamiamo “handifobia”, e che respiriamo tutti i giorni.
L’indignazione verso l’inqualificabile pagina web handifobica ci risvegli alla realtà: nulla di nuovo c’è sotto il sole. Oggi sentiamo il disabile come “un marziano”, c’è chi sostiene che nemmeno si possa definire “persona”, e qualche filosofo sostiene la liceità della sua soppressione anche dopo la nascita «perché la famiglia possa fare un figlio di sostituzione», così dicono. Nulla di nuovo.
Ma che di nuovo ci sia la nostra reazione. Rimettiamo al centro della politica economica il sostegno verso la malattia. Se i familiari delle persone malate di sindrome Down e affini si facessero sentire, sarebbe un terremoto, salterebbero poltrone. Invece vivono in un pudico silenzio, sotto il peso del pregiudizio che li obbliga ad accontentarsi di essere tollerati. Rimettiamo al centro della cultura la figura di chi soffre, invece di emarginarla dai media perché ci fa pensare troppo al nostro limite e alla nostra inesistente ma strillata autodeterminazione.
E pretendiamo che l’handifobia prenatale e postnatale sia sanzionata. Non basta sanzionare chi fa il bullo o dice frasi violente. Occorre che venga sanzionata ogni espressione che spinge a pensare che un bimbo Down – prima o dopo la nascita- “sia un po’ meno persona degli altri”, che vengano sanzionati gli amministratori che non stanziano in adeguata percentuale le risorse per chi soffre di disabilità o per le famiglie in cui nasce un bimbo con sindrome Down, e i giornali che non ne hanno parlato in misura almeno pari a quanto parlano di gossip o di calcio. Non basta indignarsi. Serve che l’indignazione diventi cultura. E legge.
Da alcuni anni si sono svolti in Italia diversi corsi di formazione riconosciuti dal Ministero italiano della Pubblica Istruzione per animatori del Programma di Educazione Affettiva e SessualeTeen STARSexuality Teachingin in the context of Adult Responsibility (Educazione Sessuale nel contesto di una Responsabilità Adulta).
A Napoli nel 2004, 2005 e 2007; a Rivoli (Torino) nel 2008 presso l’Istituto Romero; A Varese nel 2008 a San Macario di Samarate e nel 2009 presso l’A.S.L.A.M. (Associazione Scuole Lavoro Alto Milanese)
La formazione è rivolta ad insegnanti, educatori, genitori, che nell’incontro con i giovani, percepiscono la necessità di un coinvolgimento educativo sui temi che riguardano la strettissima relazione esistente tra affettività e sessualità. Il metodo pedagogico abilita a svolgere un’attività formativa con i giovani che li accompagna nella scoperta di una sessualità responsabile, li aiuta a scoprire la bellezza del linguaggio del corpo trasmettendo una consapevolezza della diversità sessuale che favorisce la donazione reciproca.
I prossimi Corsi, della durata di 30 ore in quattro giorni, si svolgeranno a:
Milano 3 - 6 marzo 2010
Torino 8 - 11 marzo 2010
le località saranno precisate in seguito.
Quota di partecipazione : 250 euro. E’ prevista una riduzione (a 190 euro) per i soci delle associazioni collaboranti e una ulteriore facilitazione per i corsisti provenienti da altre regioni.
e riproduciamo un articolo diTempi del 7 luglio 2009nel quale viene presentato Teen Star da Donatella Mansi, la responsabile del progetto in Italia. A lato, un fotogramma di West Side Story, Giulietta e Romeo a Brooklyn
Addio amore di gomma
di Elisabetta Longo
Educazione all’affettività, oltre ai corsi della Asl c’è anche chi parla di ragione e di responsabilità. È la rivincita dell’umano sul sesso di plastica. Fino al giorno prima si tiravano i capelli divisi nel fronte dei maschi e in quello delle femmine. Il giorno dopo tra quei due fronti cominciano gli inconfondibili segnali dell’attrazione sessuale. «E gli stessi adolescenti non conoscono il motivo di un passaggio così repentino e traumatico», spiega la dottoressa Donatella Mansi, responsabile italiana della Federazione Teen Star, dove “teen” sta per “adolescente” e Star è l’acronimo di sexuality teaching in the context of adult responsability. Detto in altre parole: c’è un’associazione che crede sia possibile insegnare agli adolescenti a conoscere il proprio corpo e la propria sessualità senza soccombere alla dittatura del preservativo prima di tutto e senza sacrificare il senso delle azioni sull’altare della tecnica e del sesso anatomico.
Di origine americana, il metodo è stato sviluppato all’inizio degli anni Ottanta dalla ginecologa Hanna Klaus e alla stesura dei contenuti didattici ha partecipato la dottoressa Pilar Vigil. Oggi sono 40 i paesi del mondo in cui l’educazione all’affettività viene affrontata secondo i princìpi del metodo Teen Star, che prevede lezioni, seminari, colloqui individuali e analisi dei risultati. Anche in Italia. «Ci occupiamo – continua la dottoressa Mansi – di accompagnare i ragazzi nel cammino difficile della scoperta di sé che trascende la pubertà, con un approccio olistico nel senso che riguarda tutta la persona, la dimensione mentale soprattutto. In sostanza crediamo che l’apprendimento di argomenti così delicati non debba limitarsi all’elenco delle malattie sessualmente trasmissibili».
Un approccio che di certo non è la regola e a cui i ragazzi stessi non sono abituati, bombardati di informazioni dalla televisione e dai giornali (ma spesso anche dalla scuola), che, quando non trasmettono pruriginosità, si fermano all’elenco delle malattie e alle istruzioni per ridurre al minimo gli “effetti collaterali” dell’atto sessuale. «Succede che si rivolgano a me ragazzine impaurite che vogliono la pillola del giorno dopo. Parlo con loro a lungo, e scopro molta confusione. Una non sapeva dirmi la data dell’ultima mestruazione. L’abbiamo individuata insieme e le ho spiegato che non poteva essere rimasta incinta visto che il rapporto sessuale non era avvenuto durante il periodo fertile. Si è sollevata e mi ha raccontato che una sua amica prendeva la pillola sistematicamente dopo ogni rapporto sessuale non protetto. Perché nessuno ha detto a quella ragazza che usufruire di quel farmaco più di sette volte porta seri rischi di infertilità?».
Disinformazione, approssimazione, ma anche scarsa considerazione di se stessi, che induce spesso ragazzi e ragazze giovanissimi a dare il via alla propria vita sessuale come un passatempo. «È anche colpa della società, dei mass media che trasmettono a ritmo ininterrotto messaggi sessuali di ogni sorta, verso i quali il cervello di un adolescente fa da spugna. Nei reality viene messa in onda l’intimità dei partecipanti, dove l’atto di socializzazione coincide con la ricerca del piacere, come se le relazioni dovessero essere governate da quello».
Una concezione che emerge con chiarezza dalle risposte ai questionari proposti ai ragazzi nel metodo Teen Star. «Un ragazzo ha scritto: “Ho capito chi sono e che il mio corpo è una cosa misteriosa. Non sono solo un oggetto di piacere sessuale”. Se un ragazzo di 14 anni fa propri concetti così profondi riuscirà ad affrontare i traumi dell’adolescenza con maggiore consapevolezza» conclude la dottoressa Mansi.
Simile e già imitato da alcune scuole italiane è l’approccio della dottoressa spagnola Nieves González Rico, direttrice del progetto “Aprendamos a amar”, nato sotto la direzione della Fondazione Desarrollo y Persona (Sviluppo e Persona) di Valladolid, ospite sabato 11 luglio alle ore 16 dell’Istituto Sacro Cuore di Milano. Anche in questo caso lo scopo dei corsi è testimoniare che i desideri e gli istinti che ogni uomo possiede vanno indirizzati nella giusta direzione. Il progetto spagnolo si sviluppa in tre fasi, quello che si rivolge ai puberi di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, quello per gli adolescenti fino ai 18 e quello per i bambini.
Ci si avvale dell’aiuto degli educatori ma anche del catechismo della dottrina cattolica, visto che Benedetto XVI ha detto nella giornata della gioventù di Colonia 2005 che «libertà non vuol dire godere della vita, ma orientarsi secondo la misura della verità e del bene, per giungere ad essere noi stessi veri e buoni». Il cammino, così come nel metodo Teen Star, si compone di lezioni agli adolescenti, ma anche di formazione per gli educatori. Test finali verificano che i ragazzi abbiano appreso la loro unicità, distinguendo tra amicizia, attrazione, innamoramento.
Un’altra realtà attiva nel campo dell’educazione alla sessualità e all’affettività sul territorio milanese è il Centro Ambrosiano Metodi Naturali (Camen). A tenere i corsi è il dottor Michele Barbato. «Non basta dare l’impianto informativo», spiega. «Certo, partiamo anche noi come tutti spiegando dettagli anatomici, ma l’obiettivo non è solo quello, è più ampio, consiste nel dare una valenza educativa ai corsi. Non basta spiegare il corretto utilizzo di un preservativo, se poi ometti il significato ultimo dell’atto. Per questo penso che i corsi tenuti dalle Asl siano spesso insufficienti, ed è stato dimostrato che dopo corsi di tipo semplicemente informativo le gravidanze indesiderate giovanili aumentano. Cosa che non succede se si fa capire ai ragazzi che ci vuole responsabilità. Noi del Camen abbiamo anche un consultorio a cui i ragazzi si possono rivolgere, visto che spesso con i genitori c’è un dialogo insufficiente. Per questo insistiamo nel coinvolgere sia educatori che genitori durante lo svolgimento dei corsi, perché dai genitori non si può prescindere per far capire ai ragazzi il valore dell’affettività e della sfera sessuale. Dare solo semplici informazioni da libro di biologia è come illuminare una stanza con un flash. Torna subito buia».
Molti fra i sottoscrittori hanno sottolineato che il rischio educativo non si può affrontarlo da soli.
Vorremmo favorire lo scambio di esperienze, interrogativi, testimonianze, iniziative e giudizi fra tutti coloro che abbiamo incontrato in questa avventura;