mercoledì 21 ottobre 2009

Amore e conoscenza, e la disfatta della scuola, questa tragedia incompresa

Riceviamo e molto volentieri pubblichiamo

“Conoscere non e’ un atto solo materiale, perche’ il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di la’ del dato empirico.Ogni nostra conoscenza, anche la piu’ semplice, e’ sempre un piccolo prodigio, perche’ non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo.
In ogni verita’ c’e’ piu’ di quanto noi stessi ci saremmo aspettati. Nell’amore che riceviamo c’e’ sempre qualcosa che ci sorprende…
In ogni conoscenza e in ogni atto d’amore l’anima dell’uomo sperimenta un “di più” che assomiglia molto a un dono ricevuto, ad un altezza a cui ci sentiamo elevati”.

Benedetto XVI, Caritas in Veritate

“L’oblio dell’invisibile nel quale risiede tutta la differenza, essenziale, tra cultura e sapere conduce a distruggere la cultura in nome del sapere”
Laurent Lafforgue

sei invitato al primo appuntamento
del "Centro Culturale di Milano", in collaborazione con EURESIS

“Amore e conoscenza”

Testimonianza di un matematico in merito alla Caritas in Veritate

interviene
Laurent Lafforgue
Direttore del Dipartimento di Matematica, Institut des Hautes Etudes Scientifique di Parigi
in occasione della pubblicazione del libro di
Laurent Lafforgue e Liliane Lurcat,
“La disfatta della scuola. Una tragedia incompresa”
Marietti Editorecoordina
Marco Bersanelli
Ordinario di Astronomia e Astrofisica, Universita’ degli Studi di Milano

lunedi' 26 ottobre, ore 21.00
Teatro Nazionale, Piazza Piemonte, 12 (MM1 - Wagner)

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L. Lafforgue, docente e direttore del Dipartimento di Matematica nell’Institut des Hautes Etudes Scientifique di Parigi, Premio Fields per Matematici (analogo del Nobel in quella esclusiva materia), è anche un grande umanista. Ha guidato la battaglia culturale sull’insegnamento e sulla scuola in Francia, coinvolgendo e stupendo il Paese per aver unito diverse personalità, laiche e cattoliche, nella riscoperta di cio’ che fonda il valore della cultura e del sapere.
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ingresso libero fino ad esaurimento dei posti
E' possibile prenotarsi:
www.cmc.milano.it / tel. +39 02 86455162

lunedì 12 ottobre 2009

Pennac: insegnare è incarnare

Dal Corriere della Sera online, cui dobbiamo anche il bel ritratto di Pennac qui a fianco, e grazie alla segnalazione di Max

di Domenico Quirico, corrispondente da Parigi


Il delicato mestiere di insegnare e di apprendere in una società di bambini-clienti: mentre in Francia infuria la polemica sulla crisi della scuola ex orgoglio e pilastro della République, il romanziere Daniel Pennac, ex professore e autore dell’indimenticabile Diario di scuola, racconta le nuove perigliose vie della trasmissione dei saperi.

Insegnare e imparare: la chiave di una società è sempre lì.
«In una società di consumo è nello stesso momento più facile e più difficile il rapporto tra le due cose. Più facile perché le conoscenze sono più numerose e di accesso più semplice che nella libreria del mio villaggio di quando ero bambino. Più difficile perché la qualità di quest’offerta non è garantita, su Internet si trova tutto e il suo contrario, e poi perché i bimbi di oggi sono clienti di una società consumistica (che non era il caso durante la mia infanzia: avevamo gli stessi abiti dei fratelli, le letture, pranzi e attività erano comuni in famiglia, mentre oggi i bambini sono clienti in modo totale), perché la società li strumentalizza come clienti. Tra l’altro, tutti i bimbi del mondo sono strumentalizzati dal mondo adulto. Da noi ci sono i bambini clienti, nel Terzo mondo ci sono i bambini produttori, quelli soldati o quelli che si prostituiscono nei paesi di turismo sessuale. I bimbi-clienti vanno a scuola, quelli produttori invece no. Questa strumentalizzazione dell’infanzia dà ai piccoli una maturità dei desideri di consumo che crea un problema: perché molto spesso gli adulti scambiano questa maturità commerciale per la maturità vera. Ma è solo una capacità. Saper riparare un computer, ad esempio».

E a scuola ?
«Rende la vita dei professori più complicata perché i bambini si presentano a scuola come clienti, esattamente come nel resto della società consumistica. Ma il sapere che dobbiamo diffondere non è affatto una merce. La società che ha strumentalizzato i bambini fin da bebé parla loro sul piano del desiderio. Poco tempo fa sono andato a casa di persone che avevano un bebé con la tv in camera. Sollecitato fin dalla nascita (o quasi) dal punto di vista del suo desiderio di consumo. Di conseguenza, molto rapidamente, considera i suoi desideri come bisogni fondamentali. Rimangono però desideri superficiali, ma non è in grado di capirne la superficialità perché sente questi messaggi da sempre. In molte famiglie, il regalo materiale è diventato l’espressione del sentimento. Mia madre, per dirmi che mi amava, non mi regalava niente. Lo diceva raramente, tra l’altro. Noi professori, in realtà, non parliamo a un desiderio. Il desiderio di imparare è una leggenda. Un bambino non ha spontaneamente il desiderio di imparare. Invece si tratta di un bisogno fondamentale, quello di sapere scrivere, contare, ragionare, riflettere. Questi bisogni fondamentali si confrontano con i desideri superflui di consumo. Il che complica parecchio la vita dei professori e degli allievi».

Il segreto del «mestiere», il talento nel trasmettere dove è?
«Difficile rispondere. Usando una metafora cristiana, direi che sta nel mistero dell’incarnazione. Bisogna incarnare le idee, la matematica nella presenza stessa del professore. E riuscire a fare in modo che gli allievi non siano soltanto in classe fisicamente ma che ne siano “abitati”, che entrino in un presente d’incarnazione. Io ero un allievo pessimo ma sono stato salvato proprio da professori che avevano questo dono. Il mio professore di matematica stava qua con noi e noi stavamo assolutamente qua assieme a lui. Questa presenza non si riduce a una specie di carisma ma si compone di elementi diversi: passione per la materia insegnata, passione per la gente e passione della trasmissione, come minimo. Un elemento solo non basta. Devono essere assieme».

In Francia si è proposto di pagare gli allievi perché frequentino con profitto…
«Si parlerà di questo per tre settimane. Ultima innovazione, poi si passerà ad altro. Sono choccato dal fatto che si tratta in realtà di una funzione familiare affidata allo Stato. Normalmente è la famiglia che ricompensa i buoni risultati. Ora è lo Stato che sostituisce la famiglia. Sorprendente. In fondo, un gradino in più sulla scaletta della clientelizzazione dei bambini».

C’è una nostalgia di disciplina a scuola: ma il ’68 non ha lasciato eredità?
«Il ‘68 ha cambiato molto nelle rappresentazioni del reale ma pochissimo nei comportamenti profondi. Ora le cose vengono dette, apologia del discorso. Ma nei fatti, concretamente, poche cose sono cambiate».

Anche essere genitori è un mestiere difficile.
«È difficile essere adulto in un mondo dove ci sono giovani, com’è difficile essere anziano in un mondo pieno di cinquantenni. Ma la difficoltà specifica della nostra società si trova nella confusione tra bisogni e desideri. Ormai la società consumistica offre prodotti particolari e diversi per bambini e adulti negli stessi campi (cibo, vestiti, musica). Questo determina nel bimbo confusione tra sentimento e regalo (il fatto di comprare). I genitori di oggi, clientelizzati anche loro, non hanno più tanto da trasmettere come i nostri. Noi abbiamo ricevuto un’eredità intellettuale, culturale, spirituale, politica. Oggi si passa attraverso un consumo di beni che spossessa gli adulti della loro funzione insegnante».

Lei ha preso posizione nel 2004 a favore di Battisti e degli italiani ricercati per gli anni di piombo. Ha cambiato opinione?
«Quella di Battisti è una vicenda estremamente dolorosa a cui mi sono accostato con il principio della amnistia. E mi sono accorto che questo concetto di amnistia era francese e non italiano, dico storicamente. La Francia si è centralizzata molto presto, dal XVI secolo c’è un regno che inghiotte le province e integra attraverso i funzionari. E questa cultura la République l’ha ripresa: amnistia dopo la guerra del 1940 per i collaborazionisti, poi l’Oas (l’organizzazione dei terroristi francesi in Algeria, ndr) e l’amnistia appena 6 anni dopo i processi, amnistia rapida per quelli che si sono battuti in Nuova Caledonia. L’amnistia rimonta alla notte dei tempi, è diventata un valore in sé. Mi sono espresso in nome di questi valori, non in nome della colpevolezza o meno di Battisti. Quando la vicenda è riapparsa mi sono accorto, parlando con gli amici italiani, che l’amnistia era un fatto culturale che gli italiani non condividevano perché l’Italia non è uno Stato centralizzatore. Ma non dobbiamo dare lezioni a nessuno».

mercoledì 23 settembre 2009

L'ambzione di arrivare a una "alleanza educativa"

Riceviamo e volentieri pubblichiamo:

'La sfida educativa'

Presentazione del Rapporto-Proposta

È stato presentato alle ore 18.00 di martedì 22 settembre 2009 a Roma, presso la sede della casa editrice Laterza 'La sfida educativa', il Rapporto-Proposta curato dal Comitato per il progetto culturale della Cei.

Scuola, famiglia, lavoro, tempo libero, sport, spettacolo, mass media e comunità cristiana, sono i temi portanti della pubblicazione con l’obiettivo di offrire un quadro dell’educazione esistente in Italia.
Le riprese dell'incontro sono visibili on line cliccando qui.

Alla presentazione sono intervenuti:

Sua Em.za Card. Camillo Ruini Presidente del Comitato per il progetto culturale

On. Mariastella Gelmini Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca

Dott.ssa Emma Marcegaglia Presidente di Confindustria

Dott. Paolo Garimberti Presidente della RAI

Prof. Pierpaolo Donati,Università di Bologna

Prof. Sergio Belardinelli,Università di Bologna, Coordinatore iniziative Comitato Progetto culturale

Moderatore:Dott. Giuseppe Laterza,Presidente della Casa Editrice Laterza

giovedì 9 luglio 2009

Educazione News 2009, numero 4: ci vogliono degli adulti

mercoledì 6 maggio 2009

Alla scuola della vita un adulto e un bambino sono allo stesso livello

A lato: don Villa in piena azione. Con moltissime grazie a FotoNordEst per questo scatto. E ad Avvenire (5.5.2009) per questa intervista.

DA TARCENTO (UDINE)
«Fate quello che potete, fatelo con passione, ma piuttosto di dar fastidio, levate le tende».
È il mandato che don Giussani dà a don Antonio Villa il 19 maggio 1976. Siamo a Tarcento. Don Giussani consegna il sacerdote ed un gruppo di volontari al parroco, mons. Frezza. Gli dice: «Se ne liberi senza problemi, se danno problemi». «Dopo 33 anni siamo ancora qui. Quindi vuol dire che non abbiamo dato fastidio - sorride soddisfatto don Antonio - . Abbiamo una scuola, frequentata oggi dai figli di coloro che abbiamo accolto come primi studenti». Una scuola media in cooperativa. Caso più unico che raro in Friuli.

Don Villa, si è mai pentito?
No. Già allora don Giussani ci diceva: se fate una scelta, usate la razionalità. Perché dev’essere una scelta compiuta per sempre. È una scelta per la Chiesa. Lo interpretammo come un impegno sacramentale. Ecco perché è durato così a lungo.

Perché vi siete dedicati ad una scuola?

Per la verità la nostra missione era quella di aiutare i friulani a passare dalle tende ai mattoni, secondo un’efficace sintesi ideata da Robi Ronza. Quando arrivò il secondo terremoto a metà settembre ’76, e il commissario Zamberletti ordinò l’esodo, scapparono anche tanti volontari. Ma i genitori dei ragazzi ci chiesero imploranti: non ve ne andrete mica anche voi? Decidemmo di restare. E proprio fra quei genitori raccogliemmo le prime iscrizioni.

Ancora oggi ha 75 ragazzi. Ed è lei stesso, ad esempio, a provvedere alla mensa, oltre che alla direzione dell’istituto.
Questa è una scuola di vita. Sa quale era e quale è la nostra prima preoccupazione? Liberare i ragazzi dalla paura del professore, del registro, del voto. La paura della vita. Spesso la scuola è fondata sulla paura. Ma così nessuno diventa grande. Per liberare il bambino dalla paura occorre arrivare al livello in cui si è pari a lui: ovvero al livello della verità della persona, al livello in cui ogni uomo è in rapporto con l’Ideale, con il Creatore. È lì che un adulto è uguale al bambino, perché rispetto all’Ideale della vita un adulto non è più in alto, è solo chiamato ad essere più cosciente e più responsabile. Per questo, al mattino a Tarcento si inizia con un momento comune di preghiera e di richiamo al motivo per cui si vive la giornata, per questo nessuno si sente superiore o arrivato.

In quale misura vi preoccupate che la vostra sia la scuola del computer?
Ci preoccupiamo di più ad insegnare la tabellina che il computer. Abbiamo un punto di partenza uguale: il bisogno di imparare a vivere. Ecco perché abbiamo pensato alla cooperativa: soci sono i genitori e gli insegnanti, ma anche i ragazzi stessi che, per esempio, collaborano a fare le pulizie.

Quanto pagano le famiglie?
Ho posto un’unica condizione per continuare quest’esperienza: la gratuità. L’educazione non si può pagare. La scuola, dunque, ce la facciamo da noi. Educare è la cosa più facile di questo mondo, è elementare, è della natura umana. È inevitabile. Educhi - o diseduchi - anche solo incontrando un bambino per strada che ti osserva, che ha un giudizio su di te perché lo hai incuriosito o scandalizzato. La struttura scolastica vera è la persona e in questa dinamica la scuola è comunione di persone. Quando don Giussani diceva che il soggetto educante è la comunione, diceva che comunque devi diventare soggetto tu stesso: perché la comunione da sola non sussiste, ma è una modalità dell’essere, una modalità della persona.

Francesco Dal Mas

sabato 4 aprile 2009

C'è una violenza cieca, e c'è un abbraccio buono

A lato, uno scorcio del San Salvatore visto dalla punta del Parco Ciani, dove ci sono le anatrelle. By courtesy of Lugano Tourism

Abbiamo ricevuto una richiesta evidente di aiuto da parte di una persona che benché non abbia firmato l'appello, si appella ai firmatari.

Una redattrice di EducazioneNews ha risposto con proposte concrete e incoraggiando questa mamma.

Dopo avere ottenuto l'autorizzazione delle autrici, ed aver tolto i riferimenti diretti alle persone coinvolte, pubblichiamo questa corrispondenza.


Carissimi,
Mi incombe il dovere di informarvi su un fatto increscioso accaduto sabato, 21 marzo 2009, in centro Lugano e che ha coinvolto in particolare due ragazze che frequentano la scuola media (una delle quali è mia figlia, che frequenta la 3a).
Mia figlia C., alle 3 del pomeriggio di sabato, ed in pieno centro, è stata aggredita e picchiata da circa 10 ragazze (e 1 ragazzo) riportando delle ferite che hanno richiesto una visita in Pronto Soccorso.
Fortunatamente le ferite non hanno compromesso la sua salute fisica e non sono state gravi (anche se avrebbero potuto esserlo, avendo ricevuto calci e pugni dappertutto). Di tali ragazze mia figlia ne conosceva soltanto una, sua compagna di classe, le altre erano “amiche” dell’altra ragazza.
Tutto ciò è avvenuto alla presenza di sua sorella (l’altra mia figlia), che insieme a due amiche e ad un amico, sono stati a guardare la “spedizione punitiva” nei confronti di C., senza avere la possibilità di aiutarla.

Al di là dell’accaduto, verificatosi non all’interno della scuola, e al di là della seguente denuncia sporta presso la Polizia di Lugano nei confronti delle ragazze, sentiamo il dovere di informare l’Assemblea dei genitori, poiché io e mio marito abbiamo “preteso” in seguito da tutti gli educatori coinvolti (a partire dai direttori delle Scuole Medie frequentate dalle ragazze, dunque oltre che quella di Massagno anche le altre scuole, docenti, ecc.) che ognuno intervenga affinché il fatto non passi inosservato e diventi oggetto di iniziative e discussioni (anche all’interno delle famiglie) per sottolineare e discutere sul tema “violenza” tra minorenni.
A tal proposito il Direttore della scuola media delle nostre figlie, tra le varie proposte discusse, ha valutato la possibilità di organizzare all’interno della scuola, delle serate a tema, ad esempio sulla violenza appunto o gli effetti negativi sull’uso di programmi su PC utilizzati dai ragazzi, quali Messenger o Netlog.
Da parte nostra, desideriamo coinvolgere la scuola, le famiglie e i ragazzi, poiché riteniamo che se già da parte di noi adulti viene denunciata ogni forma di violenza (anche minima), siamo già un esempio per i nostri figli e, in un discorso più ampio, abbiamo già contribuito nel nostro piccolo a migliorare la società in cui viviamo.

Ci ha colpito in particolare una frase del poliziotto al quale ci siamo rivolti che, alla nostra affermazione che lo scopo della nostra denuncia era giungere alle famiglie, dunque a un dialogo tra queste e i rispettivi figli che hanno compiuto questo atto grave, ha risposto che noi non ci saremmo trovati in polizia se questo dialogo in queste famiglie fosse esistito già. Di questo non siamo convinti: a volte non ci si accorge di allontanarsi dai figli per vari motivi e qualcosa sfugge di mano; ciò, nonostante il nostro massimo impegno come genitori, potrebbe accadere a chiunque.
Ci auguriamo che le nostre figlie (così come le ragazze e il ragazzo che hanno assistito a questa aggressione) traggano ciò che di positivo può esserci in una tale esperienza e, dal canto nostro, faremo il possibile per aiutarli a superare questo trauma; siamo convinti altresì che la nostra partecipazione attiva, volta al coinvolgimento delle varie parti (compresa l’assemblea dei genitori) sia un impegno e un dovere da parte nostra affinché nessuno dei nostri ragazzi (all’età di 13 anni nel nostro caso) possa vivere una simile esperienza, trascinando nel suo processo di crescita conseguenze negative non prevedibili.

Vi ringraziamo per l’attenzione. Saluti a tutti.
Lettera firmata

***
Dalla redazione di EducazioneNews, una persona ha preso la penna e ha risposto:

Gentile signora,
Cara famiglia

sono […] venuta a conoscenza della triste vicenda che vi ha coinvolto, permettetemi di manifestarvi tutta la mia solidarietà.
Sono convinta che abbiate fatto benissimo a denunciare in tutti i modi possibili ciò che vi è accaduto.
Non sono solo io a dire che il silenzio è il più pericoloso fiancheggiatore della violenza.
Combattere l'omertà in ogni modo, ecco quello che deve essere il primo obiettivo di tutti gli adulti che hanno un compito educativo.
Purtroppo tutte le nuove tecnologie, vengono utilizzate ANCHE per creare CATTIVE RETI: Netlog, Messenger, Facebook NON sono di per sé programmi negativi! Ma convengo che sono mezzi che possono dare moltissimo risalto anche agli atteggiamenti negativi.
Per gli adulti è difficile avere il controllo su cosa entra ed esce dai PC di casa propria, e questo ANCHE perché sono molti, forse troppi a non possedere le competenze che hanno i figli in campo informatico.
Far fronte all'emergenza che ora nessuno può più ignorare, credo che voglia dire coinvolgersi in tutti i modi possibili e secondo me, uno di questi è anche impadronirsi del sapere. Ovvero di certi saperi che fino ad oggi sembravano essere diventati quasi una prerogativa esclusiva dei giovani!

Umili proposte:
Ogni sede scolastica dovrebbe organizzare un incontro di informazione e formazione con i genitori dal titolo BANALISSIMO: "Ma quando mio figlio è sul PC, COSA sta facendo?"
Ogni sede scolastica dovrebbe organizzare una pagina web di INFO sul Bullismo, oltre che della documentazione cartacea sul "che fare" per allievi, genitori ed insegnanti.
(un modesto contributo viene offerto sul sito della Biblioteca di SM Breganzona, proposto poi anche dalle Biblioteche di SM Giubiasco e di SMBalerna).
Troppo spesso si pensa e parla per pregiudizi, e giocare ad addossarsi la colpa, facendola rimbalzare da genitori a ragazzi, da ragazzi a genitori, da genitori ad insegnanti, ad autorità ecc. è un meccanismo terribile che non serve a niente e nessuno (o forse sì! Il "divide et impera" ahimé, è sempre servito...).
L'Appello per l'Educazione come si è visto avuto un grandissimo successo. Segno che siamo all'alba di qualcosa di positivo. Si tratta di ingaggiarsi, ognuno nel suo piccolo e dare dei segnali a chi la pensa nello stesso modo.
Sul sito della nostra Polizia Cantonale sarebbe utile poter vedere una sezione speciale dedicata, proprio come sul sito della Polizia Italiana: consigli sul pronto intervento eccetera, evidenziando quell'aspetto ignorato spessissimo sia da giovani sia da adulti: che gli atti di bullismo spesso si configurano (e non devono nemmeno essere estremi!) come dei veri e propri reati.

Gentile signora!
Spero che tutto si muova intorno a sua figlia, e alla sua sorella, intorno a voi genitori, in un'onda di volontà di bene che possa in qualche modo riparare.
È brutto fare un'esperienza di violenza ed esclusione così da piccola.
Però devd essere assolutamente girata come un'occasione per imparare qualcosa di importante.
Una cosa le sue figlie l'hanno già imparata però, e per la vita: come deve fare una mamma, in gamba e fortissima in queste circostanze!

Con tutta la mia stima.
Lettera firmata

***
La mamma rincuorata ringrazia:

Un grazie di cuore per il sostegno, devo dire che è stato quello più toccante e che è arrivato fino in fondo al nostro cuore. Grazie.
Grazie anche per i preziosi consigli pratici che verranno sicuramente trasmessi in sede scolastica e oltre.

Questa esperienza ha di certo insegnato tanto alle nostre figlie ma soprattutto a noi, che abbiamo il dovere morale non solo come genitori ma come adulti facenti parte di questa società in cui i nostri ragazzi stanno crescendo, di apportare il nostro contributo, seppure piccolo, nel proporre dei principi educativi che rispettino in primis l’individuo e la vita umana.
L’esistenza di iniziative come l’Appello all’educazione non sono mai state così essenziali come in questi tempi.
Sentire l’abbraccio del “buono” che c’è nella nostra società è l’aiuto più grande che si possa avere, soprattutto quando si vivono esperienze come quella che abbiamo appena vissuto.
Grazie e cari saluti.
Lettera firmata

venerdì 3 aprile 2009

Ecco a voi EducazioneNews n.3, 2009

È uscito il numero 3 di quest'anno.

Il nostro foglietto è reperibile qui.

Editoriale
“…una società che non insegna è una società che non si ama; che non si stima”, con queste illuminanti parole di Charles Péguy, si apre il volantino “Viva la scuola”, che in questi giorni ha cominciato a circolare, senza rumore, di mano in mano, ma con una parola così forte, così in sintonia con l’“Appello per l’educazione”, che ci sentiamo di farlo nostro fino in fondo e di rilanciarlo. Con esso pubblichiamo alcune reazioni a caldo che ci sono arrivate quando abbiamo iniziato a parlarne con persone che con noi condividono la passione per l’educazione. La forza del testo sta nell’attaccare la questione della scuola non rimanendo fermi al disagio (“stiamo diventando, o continuando ad essere?, – nota un commento – un Cantone dal ‘fazzoletto facile’ dove, invece di positivamente e costruttivamente reagire, ci si crogiola in piagnistei, spesso purtroppo di mero principio”) ma mettendo al centro, attorno ad alcune parole chiave, la sfida affascinante dell’insegnare. E’ impressionante sentire chi, dopo anni di insegnamento, ti dice “per vincere bisogna essere ben preparati, ben formati, avere una grande passione per il proprio lavoro, essere entusiasti del compito che affrontiamo ogni giorno”. Insegnare vuol dire lasciare un segno, ci ricorda il volantino. Basterebbero queste parole per intuire la portata dell’avventura. Tra una miriade di segni effimeri, contradditori, lasciare un segno – un segno veramente positivo – significa mettere in gioco tutta la propria persona, “essere certi della positività di quel che si comunica” e “credere nella dignità di chi si ha davanti”. Questa certezza allarga la ragione e mobilita la libertà. La ragione si dilata a capire la tradizione, la ricchezza da cui siamo nati (“siamo nani sulle spalle di giganti”), ciò che di essa si conserva vitale e urge a vivere il presente e ad aprirsi al futuro con la forza di una fondata speranza. Non vaghi sogni, evasive utopie, ma solida speranza. Mobilita la libertà, che sempre si desta in un incontro. Nell’incontro tra insegnante ed allievo. Un incontro che mette in moto due libertà e apre prospettive mai prevedibili. Altro che noiosa ripetitività! Viva la scuola dunque, “Vivi la scuola!” poiché “il capitale che ci è affidato non permette improvvisazioni e abbassamenti di passione e di guardia”. Bisogna tornare ad “educare insegnando” e cogliere negli occhi dell’allievo “la piena soddisfazione e la gioia di aver imparato”. Contro le “tendenze suicidali di una società che non ha stima della sua scuola, dell’insegnamento e dei maestri.”

lunedì 16 febbraio 2009

È usicto EducazioneNews 2, 2009

Image by courtesy of sottosuolo.it

Pubblichiamo l'editoriale di questo nuovo numero - l'edizione online del numero 2 del 2009 è reperibile sul sito del Centro Culturale di Lugano - e la versione integrale del testo di Laurent Lafforgue, matematico di livello internazionale, si si sta imoengando per far "rivivere la scuola repubblicana laica" in Francia.

Editoriale
Per dare voce all'esperienza

Una delle critiche, anche costruttive, mosse all'Appello per l'educazione è di essere generico, di non indicare cure e neppure diagnosi per un male che è pur da tutti riconosciuto essere grave se non gravissimo. Anche Orazio Martinetti l'ha scritto sull'ultimo numero di Scuola Ticinese.

Tuttavia ci preme sottolineare che né l'intenzione né il giudizio che sostanziano l'Appello sono generici. Al contrario, crediamo di avere incontrato tanto favore di pubblico – ci sono più di 600 nomi e cognomi in calce al testo –, proprio perché abbiamo posto l'attenzione sul punto originario, non programmabile ma insostituibile del fatto educativo: la libertà umana. Una libertà che è fatta di ragione e di affezione.

Solo una volta che si sia riconosciuto in questi termini il volto dell'uomo, si potrà anche tenere intelligentemente conto di tutti i condizionamenti possibili e immaginabili, delle reti e non reti, delle famiglie disfatte e degli insegnanti stressati, ma niente di tutto questo metterà in discussione il fatto veramente interessante, e cioè che un essere umano che si affaccia alla vita ha bisogno di un altro che ve lo introduca. Ha cioè bisogno di un rapporto, di essere introdotto in quel particolare spazio che un tu rappresenta per l'io, vuole essere accolto nell'esperienza che un altro ha già fatto del mondo e di sé, ha bisogno del dono gratuito della ricchezza accumulata nella memoria di chi l'ha preceduto, non per poter riuscire, ma semplicemente per poter vivere, per potersi accorgere di esistere.

Come hanno scritto moltissimi dei firmatari dell'Appello, l'unico reale impedimento a questo è la solitudine. Un protocollo si può applicare in perfetto isolamento, un programma lo si può realizzare senza guardare in faccia nessuno, una costruzione può venire su quasi da sé, ma che un essere umano sia introdotto alla realtà, questo può avvenire solamente se la libertà di un altro lo accoglie e lo accompagna. Nessuna condizione è di ostacolo a questa compagnia, e invece tutto, anche le difficoltà e il dolore possono essere occasioni per rivelarla sempre di nuovo. È una compagnia di ventura, dove l'intelligenza dello scopo inventa come adattare le cose e gli eventi, con sovrana signoria e baldanza irreprimibile, al bene reale. E lo scopo, il bene, è l'umanità di ciascuno – di chi guida come di chi segue. Proprio questa è tutta da scoprire nell'incontro con la realtà.

Allora, non è affatto sufficiente lamentarsi di una presunta condizione di impossibilità a trasmettere il valore del sapere o del dovere, perché altri strani strumenti avrebbero invaso il campo, relegando i libri alle soffitte. Questo sarebbe esattamente come dire: "ragazzi questo mondo che vi sta davanti, in realtà non vale affatto la pena di conoscerlo. Quello che oramai non esiste più, quello sì valeva la pena, ma purtroppo siete arrivati tardi, e non vi abbiamo lasciato niente che valga veramente qualcosa". Così si riconosce contemporaneamente la propria responsabilità nello sfascio, e si impedisce ad altri di potersi confrontare lealmente con la propria tradizione.

In realtà l'unica domanda che l'Appello intendeva porre è esattamente questa: voi, adulti ed educatori, vagliando il vostro tesoro d'esperienza, cosa valutate che valga la pena proporre ai giovani fra tutto quanto avete vissuto, conosciuto e sperimentato?

Per questo abbiamo poi creato EducazioneNews: per dare finalmente voce all'esperienza.

Lafforgue: far rivivere la scuola repubblicana e laica

A lato, il libro dedicato da Laurent Lafforgue alla scuola.
Premio Fields nel 2002 (l’equivalente del nobel per la matematica), è professore permanente al prestigioso Institut des Hautes Études Scientifiques.
Da tempo va riflettendo con provocatoria lucidità di giudizio
sulle ragioni della crisi che investe l’educazione intellettuale (e dell’uomo in generale), la trasmissione del sapere e della cultura e sui rimedi possibili.
Pubblichiamo questo testo per gentile concessione del Centro Culturale di Milano.

di Laurent Lafforgue

Ho scelto di mettermi insieme ad altri per tentare di riabilitare e di far rivivere la scuola repubblicana laica, così come era stata messa in atto dalla Terza Repubblica nel 1880, ed è durata fino al 1960, seguendo gli stessi principi: il valore della conoscenza razionale, del sapere e dello studio, il valore della grande cultura tramandata dai secoli, il valore incommensurabile del linguaggio e della letteratura, (sua espressione privilegiata), la fiducia che esistono verità oggettive e universali – che l’uomo ha per vocazione di cercare instancabilmente – la fiducia nella libertà dell’uomo, che può esplicitarsi indipendentemente da tutti i determinismi storici e sociali. E l’istruzione fornisce i mezzi della libertà intellettuale. Oggi, questa scuola non esiste quasi più, o piuttosto, ad essa è stata sostituita, nel giro di pochi decenni, una realtà molto differente. Per rendersene conto, basta che ciascuno interroghi gli allievi che conosce su quel che apprendono o non apprendono e sulla cultura che acquisiscono o non acquisiscono, o basta valutare, per esempio, lo stato di impreparazione intellettuale sempre crescente degli studenti, che arrivano ogni anno all’università. Si può leggere qualcuno tra i molto numerosi libri di testimonianze di maestri elementari e o di professori di scuole medie e superiori, che sono apparsi in questi ultimi anni. Queste testimonianze sono propriamente allucinanti, e lo sono tanto più che, di là dall’evoluzione generale della nostra società, si accorda sempre meno valore al sapere, allo studio e alla cultura in quanto tale; esse mettono direttamente in causa l’Education nationale che, attraverso le sue differenti istanze di potere, sembra aver condotto una politica di distruzione della scuola e dei principi che la fondano. In questa distruzione, un ruolo particolarmente importante è stato giocato dalle sedicenti “scienze dell’educazione”, e dalla sociologia, nel momento in cui hanno elaborato contro la scuola un sedicente discorso sociale, che la spossessava della sua legittimità democratica. Più generalmente, tale ruolo, è stato giocato da una forma deviata delle scienze umane e sociali, che ha voltato le spalle alle umanità classiche, fondate sul primato della libertà dell’uomo e sull’irriducibile singolarità di ogni storia umana individuale o collettiva; che cerca di copiare il modello delle scienze della natura come se l’uomo fosse un oggetto inerte sottomesso a leggi fisiche o, tutt’al più, un topo da laboratorio. Più profondamente ancora, gli antichi principi della scuola non solo sono stati rinnegati, ma sono stati messi sotto accusa, giudicati e condannati. La nozione di verità è stata resa responsabile di tutti i fanatismi e condannata a essere sostituita dal relativismo, delegittimando in profondità ogni forma di istruzione e di ricerca intellettuale. In questa scia, tutti i saperi - letterari, scientifici e matematici - sono stati sospettati di non essere nient’altro che delle costruzioni, molto marcate storicamente, sociologicamente e, certamente, non universali. Se, per esempio, l’insegnamento delle scienze matematiche nei collegi e nei licei è diventato formalista e ha perso la sua sostanza, è perché molti non vi hanno effettivamente visto altro che un formalismo vuoto di senso. La nozione di libertà e il suo corollario, la responsabilità, sono state sospettate di mascherare la realtà dei determinismi sociali; da trent’anni il discorso sociale sulla scuola consiste nel dire che i figli dei privilegiati se la caveranno sempre e che i figli degli ambienti sfavoriti mai, che non c’è dunque bisogno di fare qualcosa per i buoni allievi, obbligatoriamente privilegiati, e che bisogna dare tutto ai cattivi allievi, obbligatoriamente vittime di fronte alle quali la scuola resterà sempre colpevole. La nozione di grande cultura è stata considerata come un perverso mezzo di dominazione di certe classi sociali - aristocratici o borghesi - sulle altre, o di certi popoli sugli altri. A causa del colonialismo anche in Francia più ancora che in altri paesi europei, gli scrittori sono sempre stati molto critici sulla società del loro tempo, sui suoi prestigi e le sue relazioni di potere – critici verso la società aristocratica prima del 1789 e critici verso la società moderna invasata dal mito del progresso dopo il 1789 e critici del colonialismo, fin dal XVI secolo con Montaigne. La scuola si è messa a insegnare che tutto si equivale, i programmi di francese domandano ormai di applicare le stesse griglie di analisi formale ai testi letterari, agli articoli di giornale e ai messaggi pubblicitari, considerati alla stessa stregua: mettono al bando l’ammirazione invitando a demistificare le opere e mettendo a nudo le astuzie attraverso le quali si presume che gli autori manipolino i lettori. La cultura francese ed europea è stata particolarmente messa alla gogna come corresponsabile dei grandi crimini dell’Europa (per restare agli ultimi in ordine di tempo: le due guerre mondiali, i totalitarismi, la Shoah). La scuola partecipa pienamente al rifiuto della Francia e dell’Europa di continuarle; i francesi e gli europei del nostro tempo si ritengono buoni e morali e non vogliono aver più niente in comune con i loro antenati, che non lo erano; non vedono più l’ammirevole fecondità intellettuale e culturale, di cui la loro civiltà fu capace nel corso dei secoli. Essa non ha più valore ai loro occhi, e, in ogni caso, essa non basta a risparmiare alla cultura europea una condanna a morte per immoralità e un’esecuzione per rifiuto del passato (quando anche i totalitarismi contro i quali si pretende di reagire, si definiscono come una rottura radicale con la cultura europea in tutte le sue dimensioni, e la Shoah fu lo sterminio fatto da esseri brutali, che avevano rifiutato ogni forma di umanesimo del popolo della terra più consacrato allo studio, alla cultura e al sapere). Da ultimo, il linguaggio stesso è stato messo sotto accusa; se da più di trent’anni, l’insegnamento del francese è stato rovinato più di tutti gli altri, non è per l’effetto di una semplice accumulazione di circostanze infelici, ma perché la lingua è diventata sospetta. Si sarà compreso che io non accetto nessuno degli atti di accusa contro la cultura, che credo che esistano verità oggettive e universali, senza le quali, d’altronde, non avrebbe alcun senso essere matematico; credo che l’uomo sia irriducibilmente libero e chiamato a una libertà sempre più grande, che si esprime in modo particolarmente felice quando cerca la verità; che credo nel potere non alienante, ma profondamente liberatorio del linguaggio. In breve, credo in tutti i principi dell’umanesimo classico. Tra i fenomeni legati al rinnegamento fatto dalla scuola di questi principi, per me il più desolante è la rapida estinzione letteraria della Francia, alla quale assistiamo. Durante i secoli, la Francia è stata la nazione letteraria per eccellenza e ha esercitato una sorta di regalità dello spirito, al punto tale che tutte le élites europee e, talvolta extra-europee, imparavano la lingua francese. Questa irradiazione non era la conseguenza di un dominio politico ed economico: la Francia era potente, ma non fu la più potente, se non qualche anno con Napoleone. La ragione per la quale il francese era la lingua delle élites, ivi comprese delle potenze rivali della Francia, era la sua straordinaria fecondità letteraria e culturale. La fortuna letteraria e culturale della Francia si è affermata sin dal Medioevo, è sopravvissuta alla guerra dei Cent’Anni e alle guerre di Religione, ha trovato il suo pieno sviluppo sotto l’Antico Regime, malgrado tutte le sue storture, e ha continuato magnificamente nella Francia post-rivoluzionaria fino agli anni ‘60. Poi, nel giro di qualche decennio, essa sembra essersi sprofondata nella mediocrità. Se il posto del francese nel mondo si assottiglia sempre più, è perché semplicemente gli autori francesi non scrivono più grandi libri, capaci di appassionare il mondo, di sconvolgerlo e di arricchirlo. Ancora sotto la Terza Repubblica, la scuola era stata capace di suscitare scrittori molto grandi, usciti anche da famiglie miserabili e illetterate e orfani di padre come Charles Péguy o Albert Camus; la scuola di oggi apparentemente non è più capace di far emergere scrittori simili da nessun ambiente. La constatazione meno sorprendente non è la totale incoscienza e indifferenza dei nostri compatrioti di fronte alla nuova sterilità letteraria, culturale e intellettuale della Francia: è del tutto giusto che molti non considerino il declino del francese nel mondo come un progresso democratico. E, per quel che riguarda il solo campo intellettuale in cui la Francia è ancora brillante – la matematica – è proprio un ministro dell’Education Nationale che ha considerato questo ultimo focolare di grande vitalità come un problema. Dunque difendo ardentemente la scuola repubblicana laica, così come fu messa in atto dalla Terza Repubblica.

L’essenziale per me, e un paradosso
Le persone che mi conoscono sanno che questo impegno non va senza paradossi da parte mia, poiché, ben al di sopra del mio stato di matematico, del mio interesse appassionato per la letteratura o del mio amore per la Francia e la sua lingua, io pongo la mia fede in Cristo e la mia fedeltà fiduciosa nella Chiesa cattolica, da cui ho ricevuto questa fede, che mi rendono spesso molto critico verso la Francia repubblicana e laica e, più ancora, verso la società secolarizzata contemporanea, nella quale mi sento straniero. E, nonostante tutto, sì, io difendo la scuola repubblicana.

Io la difendo per un sentimento di profonda gratitudine personale e familiare: mentre nessuno dei miei nonni era andato al di là dell’attestato di studio, essa ha permesso ai miei genitori di proseguire gli studi e di scoprire le lettere classiche, la letteratura, la filosofia, le scienze, la matematica. In seguito ha permesso a me, così come ai miei fratelli, di fare degli studi brillanti e di consacrare la nostra vita alla ricerca intellettuale o all’insegnamento. Io la difendo per la sua equità e neutralità, per il modo in cui, quando è stata messa in atto, non ha rinnegato nulla dell’eredità della cultura francese e europea, ivi compreso quel che poteva apparire più lontano dallo spirito repubblicano, e ha fatto studiare Pascal e Bossuet, più tardi Dostoevskij e Péguy, così come Voltaire, Rousseau e Diderot. Io la difendo perché ha avuto totale fiducia nell’intelligenza e nella libertà di ciascuno, perché non ha temuto di dare agli allievi che passavano per le sue mani armi intellettuali temibili, correndo il rischio che, più tardi, questi allievi puntassero le armi contro essa, il che non è mancato di accadere (ma rassicuriamoci: la scuola di oggi non assume più rischi simili). Questa scuola sedicentemente borghese ha prodotto generazioni di spiriti liberi: alcuni fedeli e altri ribelli. Io la difendo, perché creava un mondo comune: quello della ragione, della conoscenza razionale, del pensiero che riflette e del dibattito argomentato, nel quale uno come me, per cui la ragione è un dono di Dio, può ritrovarsi e accordarsi in modo molto profondo con persone che interpretano la ragione diversamente, ma la rispettano quanto me. Persone di diverse sensibilità, tradizioni e convinzioni, non solo francesi, ma del mondo intero. Finché la scuola restava centrata sui saperi, era l’istituzione repubblicana per eccellenza e, al tempo stesso, quella alla quale potevo aderire interamente e, insieme a me, potevano aderire tante persone con diversi orizzonti. Io la difendo perché orientava verso l’amore, la ricerca della verità, apriva alla bellezza e risvegliava la libertà: innanzi tutto attraverso l’apprendimento approfondito della lingua.

L’attaccamento che la scuola repubblicana laica e i suoi antichi principi hanno saputo ispirare a me, come a tanti altri, è tanto più notevole che io nutro contro la Francia laica, secolarizzata e staccata dalle sue radici spirituali cristiane e bibliche, un sospetto maggiore: quello di essere incapace di fecondità a lungo termine. In particolare, sul piano intellettuale e culturale, essa mi suscita l’immagine di un ramo magnifico, ma staccato dal suo albero, al quale non affluisce più linfa e che lentamente si secca. Sono molto colpito nel constatare che, dalla fine del XVIII secolo, la Francia sembra conoscere un declino lento e inesorabile: declino demografico relativo, molto pronunciato dal XIX secolo, declino economico, politico e militare (“tanto meglio” – diranno alcuni – non senza buone ragioni – non pensando, però, a quante disgrazie sarebbero state risparmiate al mondo, se la Francia avesse vinto la battaglia nel 1940), declino intellettuale e culturale, che si innescò ben dopo, ma che da qualche decennio è spettacolare. Sorprende tale declino, tanto più che la Rivoluzione fu ammirevole sotto molti punti di vista e instaurò in Francia un nuovo ordine politico e sociale, obiettivamente assai superiore all’antico. Tale declino mi fa pensare che la Rivoluzione abbia fatto tutto bene e che solo in una cosa abbia mancato l’obiettivo, la più essenziale sfortunatamente: vale a dire, preservare la relazione con Dio, sorgente di ogni fecondità. Sono molto colpito dalla differenza di destino e di creatività – differenza che non smette di accentuarsi – tra la Francia, dove per ragioni storiche molto comprensibili, si è voluto costruire la libertà contro la Chiesa cattolica e contro il cristianesimo, e l’altra repubblica, nata alla fine del XVIII secolo, gli Stati Uniti, in cui la libertà si è costruita appoggiandosi al cristianesimo. I francesi si consolano di questa differenza di fortuna e di fecondità, persuadendosi che sono più intelligenti degli americani e moralmente superiori, ma, allora, dovrebbero stupirsi del fatto che gli americani, popolo reputato ignorante ma religioso, trattano cento volte meglio di noi francesi le loro università, sia in termini di mezzi che in termini di autonomia riconosciuta nel campo del sapere, a dispetto dei dirigenti la cui azione è, talvolta, particolarmente stupida e arrogante. Suppongo che non sia un caso se l’Università, vecchia istituzione medievale nata ben molti secoli fa dalla Chiesa, resta il luogo per eccellenza della trasmissione e della formazione del sapere mentre le nostre “Grandes écoles”, ereditate dai Lumi, impegnano solo raramente i loro studenti nella via del sapere, coltivato per se stesso. Sono profondamente attaccato alla scuola della Terza Repubblica, ma so che non fu creata a partire da niente, ma ricalcata assai largamente sulle scuole cristiane, allo stesso modo in cui il liceo napoleonico fu istituito sul modello dei collegi dei Gesuiti. Vedo che un secolo appena dopo la loro laicizzazione, queste istituzioni, che avrebbero voluto onorare i saperi al di fuori della Chiesa, non li onorano quasi più. Constato che lo sprofondamento letterario, culturale e intellettuale della Francia cominciò negli stessi anni ’60, in cui la massa della società civile voltò le spalle a tanti secoli impregnati di cristianesimo. Non posso non notare che oggi più che mai il popolo ebreo, popolo della Legge e dei profeti, il popolo di Dio, fa prova di una creatività intellettuale e culturale, a cui nessun altro popolo si avvicina, neanche da lontano.

So che scrivendo queste righe urto diverse persone, e effettivamente scrivo a scopo di provocazione. Per me una questione bruciante è posta oggi alla nostra società francese e europea secolarizzata: sei capace di fecondità? Sei capace di rifondare attraverso te stesso il valore del sapere e dello studio, e di continuare la cultura europea? Se sì, provalo, non con dichiarazioni di principio, ma con fatti! Se puoi essere fecondo, dai dei frutti! Per esempio, ricostruisci una scuola della cultura e del sapere, e ridai alla lingua francese una grande letteratura, che arricchisca il mondo! Rifai della Francia una nazione che dà molto, in tutte le scienze e in tutti i campi della conoscenza.

Se ciò si dimostra impossibile, da parte mia riporrò la mia speranza nella Chiesa, anche per rifondare il valore del sapere e dello studio e far rivivere la cultura francese ed europea in tutte le sue dimensioni: non come oggetto da museo, ma come tradizione vivente. È paradossale che io scriva ciò, tenendo conto della lunga storia di relazioni conflittuali tra la Chiesa e gli artigiani dello sviluppo della conoscenza razionale in Europa, dopo il Rinascimento. Tuttavia, a mio avviso, non bisogna dimenticare che se le scienze e l’insieme delle conoscenze si sono sviluppate in Europa, emancipandosi dalla tutela delle Chiese, esse lo hanno fatto su un terreno cristiano, che aveva posto l’esigenza di verità come un imperativo assoluto per l’uomo. Come ha scritto Renan, se bisogna glorificare l’islam per Averroé, bisogna, allo stesso modo, glorificare il cristianesimo per Galileo. D’altra parte, riconosco che i cristiani non hanno sempre fatto buone cose in materia di educazione. Nei tempi attuali, si deve assolutamente citare il libro magistrale di Jean-Claude Milner, pubblicato nell’84, che identificava negli ambienti “cristiani progressisti” una delle grandi forze all’opera nella distruzione della scuola repubblicana. Temo che avesse ragione. Aggiungerei, solamente a titolo informativo, che, prima di interessarsi all’Education Nationale e di sostituirvi i metodi pedagogici ai contenuti, questi ambienti avevano fatto le loro prime prove nei Catechismi e nelle Aumôneries (Cappellanie), che hanno largamente rovinato la trasmissione della fede, prima di rovinare quella della cultura. Non perchè il loro progressismo fosse malvagio per natura, ma perché, a mio avviso, essi hanno finito nel crederci più che in Dio. Qualunque cosa ne sia, sono persuaso che la rivalorizzazione della cultura e del sapere e la rivivificazione della cultura europea può venire dalla Chiesa; una Chiesa passata dal fuoco del pentimento e che ci starà il tempo necessario, ma che contrariamente alla società europea, non ha rinnegato tutto quello che la sua eredità comporta di buono e di prezioso e che non è sprofondata nell’odio di se stessa; una Chiesa sprovvista di ogni potere temporale e che non ha altra forza che quella della parola; una Chiesa riconciliata con la ragione e che la esalta come cammino di verità e di saggezza; una Chiesa che sa che il sentimento e l’esperienza non bastano e che la fede deve essere pensata; una Chiesa riconciliata con la libertà, dono irrevocabile e appello di Dio a ogni essere umano, ma che, più che mai, non si impedisce di dire ciò che reputa di dover dire; una Chiesa che riconosce l’autonomia di ciascuno nella sua ricerca della verità, concepita come una vocazione umana fondamentale, ma che, più che mai, proclama che esiste una verità; una Chiesa pienamente riconciliata col popolo ebreo e il giudaismo e che potrebbe, secondo me, mettersi alla sua scuola per riscoprire nello studio una forma privilegiata di lode e di relazione con Dio (e in uno spirito critico, un senso della trascendenza della verità che si lascia indefinitamente approfondire, ma mai afferrare completamente e neanche esaurire). Per giocare il suo ruolo di “lievito nella pasta”, la Chiesa non ha bisogno di essere molto numerosa: le bastano piccole comunità molto forti, libere da ogni desiderio di piacere e di conformarsi alla mentalità dominante, e radicate nella fede, sulla quale tutto può essere ricostruito. Concretamente, io sogno per esempio che in Francia certe istituzioni confessionali possano scegliere di abbandonare il regime di “istituzioni private sotto contratto” e recuperare una libertà piena e intera (sperando che i guardiani della tolleranza le tollerino, non come nel 1902-1905, quando alle congregazioni fu proibito di insegnare e il giovane Charles De Gaulle, per esempio, fu costretto a proseguire la sua educazione dai Gesuiti in Belgio). Tale scelta permetterebbe di rifondare un insegnamento religioso (lettura approfondita della Bibbia in ebraico e in greco, studio della tradizione a partire dai Padri della Chiesa, studio della tradizione ebrea) e profano (umanità classiche, letteratura, filosofia, matematica, fisica, scienze), senza alcun termine di paragone con quello attuale.

Attendendo questo esito, io mi occupo di perorare la scuola repubblicana con lo stesso ardore, negli stessi termini e domandando le stesse misure che domandano molte altre persone – la maggior parte delle quali sono laici puri e duri – poiché, sul tema del ripristino della scuola repubblicana degna di questo bel nome, sono totalmente d’accordo con loro.

domenica 18 gennaio 2009

  • Tiziana Milan, Galliate Lombardo (Varese), Casalinga, Madre di 6 figli e già Nonna - Non ho mai potuto insegnare ma ho sempre avuto a che fare con i giovani, sia come madre che come catechista in parrocchia. Ho aderito al vostro appello perchè mi è sempre più evidente che l'emergenza educativa (secondo la definizione del Papa) è una grande priorità che constatiamo anche a catechismo, frequentato, nei casi migliori, come una buona tradizione che male non fa. Una bambina un giorno mi ha detto: "A me piaccione le stelle e il cuore"; lì ho capito che anche i ragazzi di oggi vogliono vedere le stelle, infinita bellezza e grandezza, che c'entri con il loro cuore, il loro desiderio di bene, la loro sete di felicità e pienezza. E ho scoperto che le stelle siamo noi adulti per loro quando "riconosciamo e trasmettiamo il gusto e il significato della vita", come sottolinea l'Appello per l'Educazione.

giovedì 15 gennaio 2009

Pubblicato EducazioneNews n.1, 2009

"Possiamo avere sani principi e buone intenzioni,
ma abbiamo bisogno degli altri”

EducazioneNws n.1 2009 è reperibile qui

image by courtesy of Valeria Sofia Roffi

lunedì 15 dicembre 2008

Pubblicato EducazioneNews numero 2


EducazioneNews numero 2 è reperibile qui.
Mentre il numero 1, per chi se lo fosse perso, è qui.

Ma a cosa ti serve guadagnare tutto, se perdi te stesso?

“Prima mi è accaduto di recuperare le domande – ha detto Javier Prades all'USI lo scorso 18 novembre – poi mi sono accorto di averle perse per strada. E’ il dramma di una tradizione cristiana che perde l’umano strada facendo. Noi eravamo in una buona scuola cattolica; ho apprezzato molto la mia scuola ma di fatto per me si è confermata l’idea borghese secondo la quale tutta una generazione di ragazzi va scuola per diventare uomini di profitto nel futuro (e non sono certo contrario a queste cose) ma al prezzo
di cancellare o di sottacere le domande che sono la strada alla felicità. Per noi la scuola e l’università erano i luoghi dove avremmo acquisito le capacità per diventare ciò che volevamo; e ci siamo anche riusciti.

L’impostazione della nostra educazione in famiglia e a scuola era: ‘per essere un uomo per bene hai tutti gli strumenti in mano, se sei serio avrai nella società la posizione che desideri’. In quel processo si perdeva la nostra umanità, cioè la vicinanza di qualcuno che ti ponesse la domanda del vangelo: ‘ma a cosa ti serve guadagnare tutto se perdi te stesso?’. Io questa domanda non l’ho mai sentita esistenzialmente come provocatoria fino a molto tempo dopo, e da quel momento è cambiata la mia vita. Sono grato delle competenze che ho ricevuto, ma se l’educazione non sente come compito urgentissimo quello di ridestare ed educare le domande dell’uomo non può raggiungere lo scopo”.

martedì 25 novembre 2008

Appello per l'iscrizione alla cena del 5 dicembre

Preghiamo con insistenza
i gentili sottoscrittori
che volessero essere presenti
alla cena di venerdì 5 dicembre a Massagno,
già annunciata su pagina 2 di EducazioneNews n. 1
di volere dichiarare la propria intenzione scrivendo a
centroculturale.lugano@gmail.com

Si tratta di sapere indicativamente quante persone occorrerà nutrire:
la redazione ringrazia per la sollecitudine.

Chi poi sapesse confezionare manicaretti
e non sapesse trattenersi dall'esprimere se stesso,
è pregato di indicare la natura del piatto che porterà con sé.

sabato 15 novembre 2008

Nasce EducazioneNews. Non potevamo soltanto stare a guardare.

Cari amici,


trovate allegato il numero 1 di EducazioneNews, un foglio che nasce dagli straordinari incontri che l'Appello per l'educazione ha reso possibili. Abbiamo voluto che fosse estremamente agile - è facilmente stampabile in bianco e nero - per favorirne una diffusione più ampia. Avrà periodicità variabile, a seconda della materia che scaturirà dalla realtà stessa, ma tendenzialmente si tratta di un mensile.

Invitiamo tutti voi a contribuirvi, a diffonderlo, a proporre la sottoscrizione all'Appello per suo tramite, e soprattuto a leggerlo.

Alcuni degli interventi sono riportati integralmente sul sito dell'Appello, come ad esempio quello di Girogio Chiosso, e naturalmente tutti quelli dell'indimenticabile serata del 9 ottobre scorso.
Ci sono due appuntamenti:
  • uno strettamente relativo all'Appello: invitiamo tutti i sottoscrittori a incontrarsi la sera del 5 dicembre a Massagno. I dettagli sono nel numero 1 di EducazioneNews.
  • Il secondo appuntamento ha a che fare con le diverse culture, che oggi sono come costrette a incontrarsi: come affrontare questa sfida? Anche per questo vi rimando al numero 1.

Aggiungo alcune indicazioni tecniche che forse possono essere utili:

  • anche le pagine del sito dell'Appello possono essere facilmente stampate: occorre selezionarne il titolo; in calce al testo comparirà l'immagine di una piccola stampante, cliccando la quale verranno proposti per la stampa solo il testo e l'immagine della pagina in questione.
  • nella lista dei sottoscrittori c'è un campo in alto a sinistra denominato Cerca nel Blog, nel quale si può ricercare un testo nel blog stesso. Inserendo per esempio la parola "Bedano" verranno elencati tutti i sottoscrittori che hanno indicato Bedano come loro domicilio. Inserendo "Docente" compariranno tutti i docenti. Ma alcuni si sono denominati "Insegnanti", e così la ricerca si fa più complessa...
Buon lavoro a tutti.
Per il Centro Culturale e per la redazione di EducazioneNews
cordialmente,
Ida Soldini

lunedì 10 novembre 2008

Giorgio Chiosso: il black-out educativo e le sue cause

A lato, una bella foto del Prof. Giorgio Chiosso, ordinario di pedagogia rdinario di Storia dell'educazione e Presidente del Consiglio di corso di studi in Scienze dell'educazione nell'Università di Torino.

Pubblichiamo la rielaborazione dell'intervento che il prof. Chiosso ha fatto la sera del 9 ottobre scorso, mettendocela oggi gentilmente a disposizione.

Il senso dell'educare

1. La crisi dell’educazione come esperienza quotidiana

In tutti i Paesi dell’Occidente avanzato i sistemi scolastici vivono un periodo di transizione e sono oggetto di notevoli cambiamenti.

Per restare in Europa riforme sono state avviate o sono in corso di elaborazione in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in tutto l’est europeo ex comunista, oltre che in Italia. Anche negli Stati Uniti è stata avviata qualche anno fa una grande riforma scolastica all’insegna del principio “nessun bambino resti indietro”. Ovunque si registra insoddisfazione per gli esiti scolastici. I risultati raggiunti nel campo delle conoscenze non risultano in sintonia con le esigenze sociali e produttive, nonostante che i governi abbiano destinato alla scuola nell’ultimo mezzo secolo una quantità ragguardevole di risorse.

Un primo grande problema che si pone oggi all’Europa riguarda dunque l’istruzione scolastica: come abbattere le sacche di ignoranza, assicurare maggiore equità e conservare il più possibile alto il livello di formazione per un lungo periodo della vita come ci suggeriscono i documenti elaborati in sede comunitaria.

Non meno inquietanti appaiono anche altri fenomeni legati ai processi di socializzazione giovanile, di maturazione etica e di consapevolezza personale. Insomma a quella che ordinariamente si definisce l’educazione.

Sono infatti ovunque in aumento fenomeni come bullismo, atti di vandalismo, microdelinquenza o più semplicemente l’incapacità di adattarsi alle regole della vita normale.

In Francia la cosiddetta “rivolta delle banlieues” ha espresso in modo clamoroso un disagio sociale giovanile che si è manifestato in forme particolarmente aggressive. Sono stato colpito dal fatto che al centro delle violenze ci fossero in particolare gli edifici scolastici, quasi a rimarcare la loro presunta inutilità sociale e soprattutto la denuncia dell’incapacità di assicurare ciò che sulla carta essi garantiscono: maggiore formazione, maggiori chances di lavoro, più dignità per le persone.

Specie in Germania e in Inghilterra e, in qualche caso, per fortuna più circoscritto, anche in Italia, assistiamo al ritorno delle ideologie xenofobe che culminano nella apologie delle ideologie totalitarie specie di destra con un grande uso di svastiche e croci runiche, in un inquietante intreccio di violenza, intolleranza e vero e proprio razzismo. Si direbbe che decenni e decenni di educazione democratica e di convivenza abbastanza pacifica entro uno spirito che sulla carta si è fatto sempre più europeo siano praticamente passati invano e i grandi fantasmi del passato tornino ad affacciarsi in modo prepotente.

E’ come se Auschwitz non ci avesse insegnato nulla, è come se l’abisso del male dell’Olocausto e di tutte le altre forme di violenza bestiale contro la persona umana, dai crimini della Cambogia di Pol Pot alle persecuzioni dei cristiani in varie parti del mondo fossero passati invano e tutto rischiasse di cominciare daccapo.

Anche in Italia non mancano motivi di preoccupazione. Quando leggiamo sui giornali che in alcune aree del Paese non vige più la legge dello Stato, ma quello dei clan malavitosi e che i ragazzi, anche molto piccoli, hanno a modello gli adulti criminali e che la scuola viene precocemente abbandonata perché giudicata un’esperienza del tutto inutile, c’è da porsi più di un interrogativo sulle ragioni di questa palese e quasi orgogliosa sfida non soltanto contro le leggi, ma addirittura contro il nostro sentire comune.

Vorrei poi richiamare un altro elemento che segnala una forma di inquietudine che si manifesta in modo meno eclatante ma non meno significativo. Mi riferisco a una certa perdita del senso della storia e della memoria. Se è vero e anche ragionevole che i giovani guardino con tutta la loro carica di legittime aspettative al futuro che è nelle loro mani, non di meno l’esperienza che vivo all’Università (e che mi confermata da molti amici e colleghi che insegnano nelle scuole secondarie) è segnata ormai da diverso tempo dall’esigenza di “saperi pratici”, immediatamente operativi, utili più per fare che per pensare.

Mi dicono colleghi stranieri che l’accostamento utilitaristico allo studio anche universitario è largamente diffuso anche in altre parti del nostro continente con diversi livelli di accondiscendenza da parte delle Facoltà. In modo particolare si sta registrando una diffusa avversione verso tutto ciò che appartiene alle nostre radici come se si trattasse sempre di qualcosa di polveroso e opprimente.

L’idea di tradizione – e quella strettamente associata di appartenenza – rischia di essere travolta dal consumismo, dalla cultura dell’effimero, dall’utilitarismo. La prima diretta conseguenza si coglie nell’indebolimento della identità stessa della convivenza sociale. MacIntyre, un filosofo statunitense autore di un celebre libro sul declino dell’etica nella cultura della post modernità, ha scritto che l’infiacchirsi della tradizione è alla base della dissoluzione dell’idea stessa comunitaria e l’impoverirsi della dimensione comunitaria significa ridurre gli spazi entro cui si svolge il senso stesso dell’esperienza umana.

2. Un uso improprio dell’espressione “educazione”

In Italia, in particolare, si assiste inoltre a un altro fenomeno singolare e, al tempo stesso, svelativo di un certo modo di pensare. Si invoca l’intervento educativo soltanto quando si è in presenza di fatti più o meno gravi che colpiscono l’opinione pubblica.

Purtroppo non sono rari gli episodi legati a ricorrenti casi di bullismo e di mobbing giovanile. La cronaca ce ne dà spesso testimonianza. Non posso non ricordare – perché la ferita è ancora vivissima in me – il selvaggio episodio in una scuola della mia città, Torino. Un gruppo di studenti quindici-sedicenni non soltanto ha umiliato e picchiato un compagno portatore di handicap, ma ha ripreso l’episodio mediante una piccola telecamera e, come se non bastasse, lo ha anche messo in rete a disposizione di un pubblico più vasto. E – poiché al peggio non v’è mai fine – questo sciagurato filmino è restato per molti mesi in un sito assai frequentato dai giovani, risultando tra i più visitati.

Si dirà: un episodio eccezionale. Certamente, ma non così inconsueto. Un’indagine compiuta dalla Società Italiana di Pediatria riferisce di un 25% di scuole elementari e di un 45% di scuole medie nelle quali accadrebbero regolarmente episodi di prevaricazione verbale e/o fisica. Un’altra inchiesta messa a punto dal Centro di Medicina dello Sport di Milano, rivela, a sua volta, che i luoghi della competizione sportiva sono spesso occasione di facile sopruso e di condotte violente nelle quali sono protagonisti non soltanto i giovani competitori, ma anche gli adulti, dagli allenatori ai genitori.

Quando accadono gli episodi più gravi come quello che ho appena riportato, si registra in genere una forte emozione nell’opinione pubblica. Ma purtroppo si verifica anche un uso parziale della categoria di educazione, impiegata quasi sempre in funzione riparatoria e non in funzione preventiva come invece dovrebbe accadere. In genere si comincia a ragionare su cosa è mancato (la famiglia? la scuola?) e su come si possano raddrizzare coscienze un po’ distorte. E’ difficile che si ragioni invece su ciò che dovrebbe venire “prima”, in modo da prevenire situazioni potenzialmente negative.

Non è un caso, infatti, che quasi sempre le analisi ed i commenti siano solitamente affidati a psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, in qualche caso anche sociologi, raramente a educatori, insegnanti e, tanto meno, a pedagogisti.

E’ molto difficile sentir parlare di educazione in condizioni di normalità anche se negli ultimi tempi il richiamo all’”emergenza educativa” da parte di Papa Benedetto XVI ha sollecitato molte coscienze di credenti (e anche di non credenti) a riconsiderare l’urgenza di intervenire nel campo dell’educazione giovanile. Nelle scorse settimane l’autorevole voce del Presidente della Repubblica italiana si è opportunamente associata a quella del Pontefice.

Occorre anche aggiungere che negli ultimi tempi, in seguito all’emergere dei problemi legati alla scolarizzazione degli alunni extracomunitari, si è aperto un certo dibattito sulle prospettive e le finalità dell’educazione scolastica nelle società multietniche laddove istanze religiose, mentalità e culture diverse pongono problemi di complessa soluzione. Si direbbe che, dietro a situazioni particolari (è legittimo costituire una classe monoculturale composta da tutti alunni islamici? È corretto distribuire gli alunni non italiani per quote nei vari istituti e nelle classi?) riemergano a livello di dibattito pubblico tematiche di interesse generale sul senso e le prospettive dell’educazione.

Siamo tuttavia ancora ben lontani da un’inversione di tendenza in grado di restituire il tema educativo alla coscienza generale dell’opinione pubblica.

Quando va bene (e non si resta legati a logiche di esasperata tutela dell’esistente) si riconosce l’esistenza di un’emergenza scolastica. Ma anche nelle analisi più avvertite prevale quasi sempre una curvatura più centrata sull’efficienza didattica e la funzionalità economica che sul primato dell’educativo.

3. Il/i perché del black-out educativo

Se proviamo ad indagare le ragioni del black out educativo del nostro tempo (certamente un black out che tutti ci auguriamo breve e temporaneo) credo che possiamo facilmente identificare tre principali ragioni:

  • La prima è legata ad un passaggio generazionale un po’ diverso da quello consueto. Non si tratta soltanto della tradizionale difficoltà delle generazioni più anziane a dialogare con quelle più giovani (in ogni epoca i giovani portano una ventata di novità che mette in discussione norme e regole codificate), bensì di una transizione che ha oscurato il paradigma dell’educazione come il sentirsi parte di una comunità. Nell’ultimo quarto di secolo a fronte del crescere delle teorie della complessità e della differenza si è molto indebolita quella impostazione educativa che faceva leva sui valori di appartenenza che si manifestava in vario modo: come appartenenza religiosa, politica, sociale, comunitaria. Intorno a questa appartenenza agivano vari soggetti: famiglia, scuola, Chiesa, partiti che proponevano al giovane scelte abbastanza definite (e talvolta in contrasto tra loro) in tema di comportamenti e visioni dell’esistenza. All’appartenenza si è sostituita la cultura che Lasch ha definito del “narcisismo” e cioè esasperatamente ripiegata sulla centralità dell’io con l’espansione dei diritti rispetto ai doveri e l’incapacità di controllare frustrazioni e delusioni.
  • La seconda ragione è collegata alla critica che da parte di vari settori culturali contemporanei è stata condotta verso la nozione di autorità, spesso confondendo autorità e autoritarismo e identificando i processi educativi con i meccanismi di liberazione emancipatoria come se qualsiasi proposta educativa ricca non solo di belle parole ma anche segnata da precisi impegni contenesse implicitamente un quid di illiberalità. A questa operazione culturale – in cui si sono cimentati i teorici della critica sociale, psicoanalisti radicaleggianti ed esponenti del decostruzionismo filosofico – è corrisposta, a livello di vulgata comune, un’ondata di permissivismo e di relativismo educativi. Questa si è sostanzialmente tradotta in un errore pedagogico gravissimo e cioè nella convinzione che l’educazione non sia altro che il prendere atto dello sviluppo naturale di un individuo. Di qui il prevalere del principio della realizzazione di sé, in un’ottica prevalentemente e talora esclusivamente soggettiva, dimenticando totalmente il valore dell’autorità. Il principio di autorità, se rettamente inteso e cioè quando evita la deriva autoritaria, non contempla infatti soltanto esiti negativi e illiberali, ma contiene in sé anche altre dimensioni tipicamente educative come, ad esempio, la capacità di dialogo, la capacità di proposta e la capacità di sostegno. La radice della parola autorità si rifa all’espressione augere che significa “far crescere” e il concetto di crescita è molto più ampio e complesso di semplice sviluppo. La crescita ha bisogno dell’educazione, lo sviluppo è intrinseco nella natura biologica dell’uomo.
  • C’è una terza ragione le cui radici culturali affondano in quella stessa cultura anti autoritaria a deriva relativisto-nichilista che può spiegare l’eclissi dell’educativo. Essa consiste nella teorizzazione che non esiste una verità (di qualunque tipo: religiosa, politica, ideale, ecc.) con cui confrontarsi. L’uomo vivrebbe dentro il reticolato delle infinite possibilità di interpretazione del reale, aventi tutte lo stesso valore, dal momento che tutte sarebbero prive di qualsiasi radicamento obiettivo. Ogni interpretazione e il suo contrario sarebbero perciò ugualmente validi. La realtà sarebbe, secondo questa lettura, semplicemente un gioco di interpretazioni. La dissoluzione del reale nel gioco senza fine delle interpretazioni ha effetti assai profondi, spostando il baricentro dell’esperienza umana dall’esercizio oggettivo-razionale (mi comporto in un certo modo perché mi confronto con la realtà e attribuisco ad essa un significato) a favore della dimensione soggettivo-estetica dell’esperienza umana (compio ciò che mi pare bello e gratificante in quel momento) a danno. Le implicanze pratiche di questa prospettiva si misurano benissimo nel mondo scolastico laddove nella impossibilità di ritrovare finalità educative condivise si afferma una impostazione pragmatico-tecnologica con un eccesso di attenzioni per le prassi metodologiche a danno di un approccio culturale capace di cogliere il senso delle cose. Non solo le cose come sono fatte perché sono fatte in un certo modo. Il cognitivo finisce così spesso per negare o, per lo meno, ridimensionare la naturale vocazione non solo istruttiva, anche educativa della scuola.
  1. Quale senso per l’educazione del nostro tempo?

Non vorrei aver dato fin qui l’impressione di un eccessivo pessimismo. Ho desiderato soltanto introdurre con realismo la questione educativa del nostro tempo. Naturalmente sono convinto che esistono tuttora le condizioni perché al tema dell’educazione ci si possa riferire in termini di ordinaria consuetudine e non soltanto nell’ottica dell’“emergenza”.

Dobbiamo prendere atto, in ogni caso, che è difficile educare in una società nella quale prevale una mentalità corrente che, nel premiare la libertà soggettiva e nel valorizzare il principio della infinita sperimentazione di sé, esalta soltanto uno dei due poli intorno al quale si svolge qualsiasi processo educativo e cioè quello della possibilità a dispetto dei vincoli posti dal principio di necessità. La preminenza data alla dimensione della possibilità ha introdotto nella vita dei giovani il senso del nomadismo permanente e dell'incertezza innalzata a sistema di vita che, a sua volta, genera la precarietà esistenziale.

La pensabilità dell’educazione (espressione che riprendo da un bel saggio di mons. Carlo Caffarra, arcivescovo di Bologna) non si può immaginare se non entro il bilanciamento tra

  • ciò che è possibile (la libertà umana in quanto apertura a ciò che non è ancora, la valorizzazione dei talenti personali e le potenzialità intrinseche ad ogni esistenza),
  • ciò che è ci è dato (la cultura nella quale siamo nati, le regole che le comunità si danno, le risorse che sono a disposizione di ciascuno) e
  • le realtà nelle quali siamo chiamati a vivere (la famiglia, la società civile, il posto di lavoro, la comunità religiosa).

Detto con altre parole – quelle dei maestri della pedagogia di ogni tempo – l’educazione si svolge in una costante tensione tra autorità e libertà. L’azione educativa si svolge insomma tra la dimensione della possibilità/iniziativa personale e la dimensione della necessità/realtà, tra ciò che si può fare e ciò di cui dobbiamo prendere atto e con cui dobbiamo confrontarci.

Come realizzare il giusto mix di autorità e libertà? Come promuovere le buone attitudini, la costruzione di una coscienza adulta critica – e cioè capace di discernere il bene e il male –, una intelligenza aperta alla “realtà totale”, alla realtà delle cose terrene e delle cose che ci oltrepassano? Come parlare al “cuore” dei ragazzi, sapendoli ascoltare e amare, ma anche sapendo dire dei “no” quando è necessario, e cioè quei “no” che, come ha scritto Asha Phillips in un fortunatissimo libro, “aiutano a crescere”?

Per rispondere a questi interrogativi articolerò la seconda parte del mio intervento intorno a tre principali raccomandazioni pedagogiche.

Insegnare/imparare a rendere conto agli altri. Il senso di appartenenza di cui dicevo poco sopra non appare più riducibile, come un tempo, ad un fattore di identificazione identitaria, religiosa e/o politica, ma nell’età del cosiddetto “disincanto” proprio di quella che Bauman ha definito la “società liquida” va reinterpretata nell’ottica dell’esperienza personale e della realtà di cui fa parte. Ciascun individuo, infatti, è tenuto a rendere conto delle proprie azioni non soltanto a se stesso, ma anche in riferimento al suo rapporto con gli altri, al contesto sociale, alle norme e regole implicite ed esplicite, alle tradizioni di cui egli, talvolta più o meno consapevolmente, fa parte.

L’evento educativo acquista il suo significato se è in grado di introdurre il soggetto che cresce nella vita sociale in modo non parassitario o semplicemente passivo, ma in modo attivo e propositivo. Ciò accade in modo più efficace quando c’è qualcuno (la figura dell’adulto educatore) che lo aiuta a interiorizzare il senso delle cose che fa e delle cose nelle quali è immerso, imparando dunque ad assumersi degli impegni e a renderne conto.

Naturalmente quando parliamo di impegni li dobbiamo sempre immaginare commisurati alle capacità dei bambini e dei ragazzi. Bisogna cioè stare ben attenti a non chiedere sforzi sovradimensionati alle capacità. Al tempo stesso occorre però stare lontani anche dall’idea che ai figli si deve dare tutto senza chiedere nulla. I genitori in particolare – ma questa disposizione dell’animo può essere propria di ogni persona che riveste una responsabilità educativa – sono chiamati alla generosità gratuita. L’educazione è un dono, non ci può essere un calcolo all’agire educativo.

Questa sacrosanta verità va accompagnata dalla consapevolezza di dover far crescere (e non solo assistere o curare) le persone di cui si ha la responsabilità educativa. Se questo non avviene nel clima della famiglia o della scuola o dei gruppi giovanili – e cioè a contatto con realtà educative “protette” – sarà la realtà quotidiana a imporre le proprie spietate leggi con le conseguenze che spesso viviamo in presa diretta: l’incapacità di adattamento, la difficoltà ad accettare le regole sociali, la convinzione che la propria vita non debba essere guidata dal principio della responsabilità personale, in una parola l’insoddisfazione esistenziale. Ovviamente questa situazione negativa non si manifesta in forme sempre gravi e devastanti per la personalità giovanile, ma può costituire comunque un motivo di infelicità e di sofferenza.

Sostenere la formazione del carattere personale attraverso la “pedagogia della prova”. Questo obiettivo può essere conseguito attraverso un complesso ed elaborato tirocinio di vita la cui bussola orientatrice consiste nell’aiutare i ragazzi a “provarsi” e cioè a misurarsi con qualche proposta significativa e impegnativa: ad esempio l’abitudine a mantenere fede alla parola data, il desiderio del lavoro ben fatto, il compimento di qualche azione gratuita, il perseguimento dell’interesse non solo individuale, ma collegato a un bene condiviso, ecc. L’idea della “prova di sé” ripropone sul piano pedagogico il concetto di “incontro” che Romano Guardini ha proposto in chiave filosofica e cioè la necessità per il farsi della persona di “aprirsi all’altro” (“altro” inteso in senso lato e cioè tutto ciò che è fuori di me) e, in tal modo, compiere un’esperienza ricca di significato. Soltanto in questo la persona fuoriesce dal proprio egocentrismo ed entra in relazione con gli altri.

La coscienza di sé, le responsabilità verso gli altri, il senso delle cose da fare, le scelte future recuperano il loro significato solo se si collocano nell’ottica di una prova di sé e non nella estenuante, infinita e spesso scettica sperimentazione continua nella quale non si prendono mai decisioni. Si tratta, detto in altre parole, di accettare, come suggerisce Giussani nel suo volume più noto dedicato alle tematiche educative, il rischio dell’esistenza umana, delle sue incertezze e difficoltà, ma anche delle sue potenzialità e della sua ricchezza.

Giussani ci propone a questo riguardo la figura di Ulisse. In questo mito egli legge la lotta tra l’umano, cioè il senso aperto al mistero e capace di accettare anche l’avventura dell’ignoto, e il disumano di chi accetta la realtà come essa appare senza il desiderio di oltrepassarla. E’ invece proprio nel “superamento delle colonne d’Ercole, scrive il sacerdote milanese, che uno comincia a sentirsi uomo: quando supera questo limite estremo posto dalla falsa saggezza, da quella sicurezza oppressiva e si inoltra nell’enigma del significato”.

Provarsi vuol dire saggiare se stessi, confrontarsi con un orizzonte etico, riconoscere la prossimità come vincolo e valore dell’esistenza umana. Vuol dire forgiare il carattere e cioè la capacità di agire secondo dei valori interiorizzati e vissuti come tali.

Ascoltare e parlare con i figli/allievi. Questo suggerimento pedagogico non ha nulla di originale e si rifa ad un’antica e sempre valida tradizione educativa che richiama la centralità del rapporto affettivo come componente fondamentale dell’educazione.

L’educazione buona si costruisce nella relazione intersoggettiva, nell’incessante dialogo tra l’adulto e il minore, nella capacità dell’adulto di ascoltare il figlio o l’allievo (cercando anche di comprenderne, quando è il caso, i silenzi che talvolta sono più eloquenti delle parole), di “perdere tempo” – lo dico nella logica corrente dell’adulto indaffarato nelle proprie cose – a parlare e ascoltare. Questo tempo apparentemente “perso” è un tempo prezioso perché è un tempo umanizzato e non soltanto impiegato in funzione delle necessità quotidiane.

Attraverso la parola carica di affetto noi andiamo diretti al “cuore” delle persone, dei figli, degli allievi. Nella Bibbia con l’espressione “cuore” si individua la dimensione profonda dell’essere umano ed è proprio a quella alla quale gli educatori si devono rivolgere quando operano in funzione della crescita non solo fisica, ma pienamente umana dei soggetti a loro affidati. Nella cultura educativa cristiana c’è una ininterrotta tradizione di “educazione del cuore” – contrariamente a tutti i limiti che le sono rimproverati da quanti la giudicano intrinsecamente “autoritaria” – i cui punti più alti sono certamente rappresentati, per limitarci a qualche nome, da Filippo Neri, Francesco di Sales e Giovanni Bosco.

Nella parola detta al “cuore” l’autorità si fa servizio, sfugge al rischio di cadere nell’autoritarismo e diventa così lo strumento primo per aiutare i ragazzi a crescere. Testimoniare agli altri che ci stanno a cuore – un altro modo di considerare la questione – rappresenta il primo passo per una educazione buona.

4 . La responsabilità della generazione adulta

Quelle che ho definito la “pedagogia della prova” e la capacità di ascolto e dialogo possono produrre i loro risultati solo se sono praticate da figure significative di adulti capaci di testimonianza e di proposta.

L’educazione può ancora avere senso nella misura in cui qualcuno ci indica dove e come possiamo andare. Ho detto testimonianza perché i giovani hanno bisogno non di parole, ma di modelli di vita nei quali specchiarsi e dai quali ricavare come si può vivere il senso autentico dell’esistenza. Il nostro tempo ha bisogno di “maestri” nel senso classico dell’espressione e cioè che sappiano fare proposte di vita. Solo le proposte forti sanno andare in profondità, entrare nella coscienza, interrogare l’individuo e sollecitare una risposta. La risposta può, poi, venire o non venire, ma il senso dell’educazione sta soprattutto nella dimensione della proposta.

Le inchieste condotte sul continente giovanile degli ultimi anni sono molto significative: esse indicano, per esempio, univocamente che la famiglia continua a rappresentare di gran lunga il punto di riferimento primario e che nella scuola le preferenze degli studenti vanno a quei docenti capaci di stabilire una relazione incentrata non soltanto sulla prestazione scolastica, ma anche attenta alla dimensione personale. I giovani continuano a guardare agli adulti. Sono forse gli adulti che hanno smarrito la loro responsabilità di educatori.

Penso alle famiglie assenti nell’educazione dei figli, paghe di assicurare i beni materiali, spesso al di là del necessario. Penso alle famiglie abdicanti che reputano che l’educazione dei figli sia compito della “società” e moltiplicano all’inverosimile gli impegni dei figli, credendo in tal modo di “fare il loro bene”. Penso alle famiglie esigenti che centrano l’educazione dei figli in modo individualistico e solo in rapporto al successo: nella scuola, nello sport, nella vita sociale. Tutte tipologie di famiglie nelle quali il senso dell’educazione è smarrito o fortemente distorto.

Penso a quegli insegnanti che non sono capaci di un sorriso, di una pacca sulla spalla, di un incoraggiamento. Penso a quegli educatori di gruppi giovanili che nel volontariato cercano più la realizzazione di se stessi che quella dei ragazzi loro affidati. Penso agli allenatori delle squadre giovanili che fanno giocare solo i più dotati perché lo scopo è quello di vincere il campionato secondo un’ottica che sposta il valore dello sport dalla sana competizione al successo da raggiungere a tutti i costi.

Anche in questo caso non voglio dare l’impressione di un eccessivo pessimismo. Chi si occupa per educazione è per definizione un “uomo della speranza”. Esistono, per fortuna, tante famiglie nelle quali il senso educativo è tenuto vivo anche se i genitori non hanno seguito corsi di pedagogia, tanti ottimi docenti e tante esperienze di vario genere che consentono di guardare al futuro con un ottimismo. Quando in estate vado per le mie montagne e incontro numerosi gruppi giovanili mi rendo conto di quante persone dedicano il loro tempo alla causa dell’educazione.

Si è parlato, poco sopra, del principio di autorità come principio non solo sovrastante, ma anche fornito intrinsecamente di capacità di dialogo, capacità di proposta e capacità di sostegno. La sfida che attende il mondo dell’educazione è proprio la capacità della generazione adulta di sapersi far carico (prendersi cura) di quella più giovane. Nel suo bel libro sul “principio di responsabilità” il filosofo Hans Jonas ha affrontato questo argomento con una finezza pedagogica che voglio proporvi come riflessione conclusiva.

Il compito educativo è un esemplare caso di responsabilità gratuita, ma esso è posto da Jonas a modello della responsabilità in quanto principio etico in grado di salvare l’umanità. Esso infatti garantisce a ciò che non è ancora di poter essere. E’ questo in sostanza il senso anche della pedagogia della prova e della formazione del carattere: assicurare a ciascuno di poter essere veramente un uomo.

Giorgio Chiosso

martedì 4 novembre 2008

Non è che lavorare non stanchi, ma educa, anche.

A lato , la copertina dell'ultimo libro pubblicato da Stefano Gheno, autore di un notevole intervenuto al convegno organizzato dall'OCST a Lugano.

Dal Giornale del Popolo di luendì 27 ottobre, riprendiamo

di LUCA FIORE

Qualcuno ha provato a fare il calcolo: nella vita di una persona le ore di lavoro sono tra le 80 e le 90mila. Più il tempo del riposo, più del tempo che si passa in famiglia.
Il lavoro è una realtà importante nella vita degli uomini e il più delle volte il significato di questa realtà si dà per scontato. Oggi nel dibattito pubblico è difficile andare oltre le solite riflessioni, le solite rivendicazioni.
Qualcuno ci ha provato venerdì e sabato durante il convegno “Persona e lavoro” ospitato dal sindacato OCST e organizzato dal Circolo culturale Ettore Calvi, un’associazione italiana promossa da un gruppo di dirigenti sindacali legati alla CISL. Il convegno è stato suddiviso in due sessioni, una a carattere culturale intitolata “Il lavoro come valore”, l’altra più rivolta a temi d’attualità intitolata “Lavoro, welfare e migranti”. «Esiste una frattura – ha esordito il presidente del circolo Calvi, Romano Guerinoni – tra l’affermazione etica del valore del lavoro e i criteri che di solito si usano nella prassi di chi fa il sindacato. Il nostro sforzo non è tanto quello di sanare questa frattura, ma incominciare ad entrarvici dentro per capirla».

Così, venerdì, a provare a evidenziare quali sono i fondamenti del valore del lavoro sono intervenuti il prof. Markus Krienke, docente di Etica alla Facoltà di Teologia di Lugano e il prof. Stefano Gheno, docente di Psicologia sociale alla Cattolica di Milano. Il prof. Krienke ha richiamato la traiettoria che nella storia occidentale ha compiuto il concetto di lavoro, partendo dalla concezione antica di lavoro come attività riservata agli schiavi, passando per la concezione cristiana fissata in modo emblematico dal motto benedettino “Ora et Labora”, per arrivare alla modernità dove il lavoro non è più legato alla dignità dell’uomo ma diventa solo una merce di scambio.

Da parte sua il prof. Gheno ha sottolineato come il lavoro sia da una parte un mezzo per rispondere ai bisogni materiali, dall’altra una possibilità di perseguire il proprio desiderio di realizzazione. Esistono dunque diversi livelli di moventi per il lavoro umano – ha continuato Gheno – e tra essi esiste una gerarchia al culmine della quale c’è il desiderio di “generatività”. Per l’uomo adulto la piena soddisfazione sta nella generazione di qualcosa di utile, per sé e per la società. Oggi però, come aveva mostrato il prof. Krienke, esiste una frattura tra lavoro e libertà che porta gli uomini a desiderare di lavorare di meno, cominciare a lavorare più tardi e evitare quei lavori ai quali non si riesce più a dare un senso. Esiste dunque una crisi che, dice Gheno, ha a che fare con l’emergenza educativa che interessa tutta la società: «Oggi più che mai occorre esplicitare il senso del lavoro, occorrono dei testimoni che comunichino il senso del fare e che diventino maestri.
Non a caso gli artigiani una volta erano definiti “maestri”». Ma educare a che cosa? «Educare alla generatività – dice Gheno – cioè trasmettere l’idea che il lavoro deve servire, che ha una utilità sociale e che l’uomo può realizzare se stesso se partecipa alla realizzazione il bene comune. Occorre poi educare alla “relazione”, che è una dimensione fondante dell’essere umano. Se si trascura la qualità delle relazioni il luogo di lavoro si rivolta contro l’uomo. Un altro aspetto centrale è l’educazione alla fatica perché è l’esperienza a dirci che senza fatica non si genera nulla». Si capisce dunque che occorre sì tornare ad educare al lavoro, anche perché il lavoro stesso può essere un fattore educativo della persona.

Nella seconda sessione di sabato, poi, sono intervenuti il prof. Giancarlo Rovati, docente di sociologia alla Cattolica di Milano, il prof. Mario Mezzanzanica, docente di Sistemi informatici alla Bicocca, Meinrado Robbiani, dell’OCST e Giorgio Santini, segretario nazionale della CISL. Il dibattito è stato incentrato soprattutto su tematiche riguardanti l’Italia legate al mondo del lavoro, alla sostenibilità del welfare e ai problemi legati all’immigrazione. Gli interventi di Robbiani e Santini, dal canto loro, hanno fatto emergere come in questo momento il sindacato deve essere in grado di intercettare i nuovi problemi del mondo del lavoro che emergono anche dall’imminente crisi dell’economia, ma hanno anche ribadito la necessità di una nuova concezione dell’azione sindacale che sia in grado di far emergere le giuste rivendicazioni ma che sia aperta a un confronto reale con gli altri attori sui problemi in gioco.

giovedì 30 ottobre 2008

Qualche buona idea che viene dall'Italia

A lato, Valentina Aprea. L'immagine è nel suo sito ufficiale.

Da Tempi

Il decreto Gelmini era solo un aperitivo. La vera rivoluzione della scuola cova in un progetto di legge firmato Valentina Aprea. Che non piacerà affatto ai paladini della mediocrità

di Roberto Persico

Ce n'est qu'un debut. Cioè il bello deve ancora venire. Il contestatissimo decreto Gelmini, infatti, contiene solo alcune misure urgenti, necessarie per far fronte alle distorsioni più gravi del sistema d'istruzione.
Ma la vera rivoluzione si aggira silenziosa nei meandri della Camera, sotto le spoglie della proposta di legge 953, recante "Norme per l'autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti", proposta dal presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, Valentina Aprea. Scuole trasformate in fondazioni, risorse distribuite secondo il principio "i soldi seguono gli studenti", carriera per i docenti, albi regionali degli insegnanti e un contratto ad hoc per la categoria: quando la 953 sarà approvata, la scuola italiana non sarà più quella che abbiamo sempre conosciuto. Vediamo perché.

Autonomia degli istituti scolastici.
È la madre di tutte le riforme. Basta col papocchio postsessantottino dei Consigli d'istituto, parlamentini scolastici che giocano alla finta democrazia mentre le decisioni che contano rimangono saldamente nelle mani di viale Trastevere: dando piena attuazione al titolo V della Costituzione (riscritto, per chi avesse la memoria corta, dal fu governo D'Alema), le scuole verranno affidate a veri e propri consigli di amministrazione, responsabili in tutto e per tutto della gestione degli istituti e dell'amministrazione dei fondi che lo Stato affiderà loro.
Composizione dei Consigli? Una novità inaudita nel monolitismo dello Stato italiano: ciascun Consiglio, di «non più di undici membri», «delibera il regolamento relativo al proprio funzionamento, comprese le modalità di elezione, sostituzione e designazione dei suoi membri». Tradotto: non sarà il ministro a decidere se in tutte le scuole della Repubblica dovranno esserci due o tre insegnanti, due o tre genitori, due o tre bidelli, con le relative infinite discussioni che negli anni passati hanno bloccato ogni iniziativa analoga; ma ciascuna scuola valuterà la composizione del proprio Consiglio, che potrà comprendere anche «rappresentanti delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi».
Come a dire: siete maggiorenni, siete in grado di valutare da soli quale sia l'assetto più funzionale. E magari di cambiarlo, in tempi ragionevoli, senza attendere quelli biblici del Moloch di viale Trastevere. Accanto al Consiglio di amministrazione, il Collegio dei docenti, che si dota da sé di un regolamento che ne determini il funzionamento, e un «nucleo di valutazione dell'efficienza, dell'efficacia e della qualità complessive del servizio scolastico», composto da «docenti esperti» e anche da «membri esterni». Anche qui la composizione è lasciata alle singole scuole.
Chissà se sapranno usare bene tutta questa libertà? E chissà se gli insegnanti troveranno il modo di lamentarsi anche di questa?

Le risorse seguono gli alunni.
Tanto più decisiva la riforma degli organi di governo in quanto la legge prevede che le risorse necessarie al funzionamento delle scuole - tutte, da quelle per riparare il tetto a quelle per pagare i docenti - siano conferite tramite le Regioni a ciascun istituto, «sulla base del criterio principale della "quota capitaria", individuata in base al numero effettivo degli alunni iscritti a ogni istituzione scolastica, tenendo conto del costo medio per alunno, calcolato in relazione al contesto territoriale, alla tipologia dell'istituto, alle caratteristiche qualitative delle proposte formative, all'esigenza di garantire stabilità nel tempo ai servizi di istruzione e di formazione offerti, nonché a criteri di equità e di eccellenza». I protagonisti, cioè, sono gli istituti, lo Stato fa un passo indietro: qui ci sono le risorse, nessuno ha ricette magiche, ciascuno provi la sua ipotesi, sarà la realtà delle cose (la soddisfazione di studenti e famiglie) a indicare quali sono le migliori, e a dirottare automaticamente con la propria scelta le risorse verso le soluzioni più efficaci.

Da istituti a fondazioni.
Recita il Pdl 953: «Ogni istituzione può - a beneficio di tutti quelli che in questi giorni sbraitano che "le università diventeranno fondazioni", sottolineiamo la parola "può": ha la possibilità, può decidere, in base a una valutazione delle circostanze che è lasciata a ciascuna realtà - costituirsi in fondazione, con la possibilità di avere partner che ne sostengano l'attività», partecipando anche ai suoi organi di governo. È quel che nei paesi che ci sorpassano nelle classifiche Ocse-Pisa avviene abitualmente, è quel che già oggi le scuole più attente al rapporto col territorio, cioè al futuro vero dei propri studenti, cercano di fare, aggirando i mille bastoni che la normativa attuale mette tra le ruote della collaborazione col mondo reale. I soliti okkupanti abbaieranno che così si svende la scuola ai privati. Studenti, famiglie e insegnanti attenti alla realtà dei fatti sanno bene che il rapporto col mondo imprenditoriale significa miglioramento della qualità dell'offerta formativa.

Docenti in carriera. Non c'è cosa più frustrante, oggi, per un'insegnante, di vedersi trattato allo stesso modo di tutti gli altri, qualunque sia il proprio impegno. Dovunque - negli altri settori e nelle scuole di altri paesi - chi lavora bene viene premiato. Solo nella scuola italiana questo non avviene. In omaggio a un dogma sovietico, gli insegnanti sono tutti uguali. Con la nuova legge la professione docente è articolata in tre livelli (docente iniziale, docente ordinario e docente esperto) a cui corrisponde un distinto riconoscimento giuridico ed economico della professionalità maturata. La formazione degli insegnanti avviene nei corsi di laurea magistrale e nei corsi accademici di secondo livello, con la previsione di un periodo di tirocinio e la creazione di un albo regionale da cui attingere. Sono previste valutazioni periodiche dei docenti, in base all'efficacia dell'azione didattica. Che non è certo facile da valutare, ma se altri paesi ci riescono, noi siamo forse più stupidi?

Un contratto ad hoc. Dulcis in fundo, viene istituita un'area contrattuale della professione docente. Vale a dire: il contratto degli insegnanti sarà scorporato da quello di segretari e bidelli, mestieri indispensabili ma di natura differente. E scompariranno le attuali rappresentanze sindacali d'istituto (le famigerate Rsu) in cui sono sovente appunto degnissimi bidelli a decidere come vanno ripartite anche fra gli insegnanti le (poche) risorse aggiuntive. Forse anche l'Italia diventerà un paese moderno

giovedì 23 ottobre 2008

Il perché la serata del 9 ottobre 2008 è memorabile

Pubblichiamo la cronaca di una nostra redattrice apparsa su Il Lavoro di oggi, giovedì 23 ottobre

di Ida Soldini


Quella sera al Liceo 2 di Savosa, che in molti hanno definito memorabile, si sono incontrate 300, forse 400 persone che in buona parte non si erano mai viste prima, eppure il clima della sala era effervescente, familiare, allegro, attentissimo. L'ing. Adriano Barchi, che insegna alla Scuola Arte e Mestieri, ha espresso per tutti l'origine di un simile, straordinario incontro: "Manuela, guarda qua! Avrei voluto scriverlo io!" ha ricordato di aver gridato a sua moglie leggendo su un quotidiano l'Appello per l'educazione, che è stato promosso dal Centro Culturale di Lugano agli inizi di settembre e oggi è sottoscritto da più di 500 persone.

Lo straordinario sta nel fatto che dei perfetti sconosciuti si sono incontrati per una comune passione, una comune dedizione, un comune amore, personalissimo e precisissimo nelle sue esigenze, ma che una volta espresso, ha reso visibile agli occhi di tutti che c'è un popolo intero in movimento. Susy Erba, una mamma che cresce il suo bambino da sola senza cedere alle sirene delle playstation e degli Ipod per acquistarne l'affetto; Gian Piero Bianchi, un ispettore scolastico che dichiara i suoi colori affermando che "la parola è frutto di un lunghissimo cammino culturale, e in forza di essa noi siamo uomini"; Adriano Barchi che racconta di come sia commosso dalla solitudine dei ragazzi cui insegna, perché spesso non hanno nessuno che li prenda per mano e li introduca a quello per cui la vita val veramente la pena di essere vissuta. Questi sono stati gli interventi-cardine della serata.

Il prof. Giorgio Chiosso ha ripercorso poi gli snodi di una pedagogia che rinuncia ormai a interpellare l'uomo per quel che è, e cioè un essere libero e responsabile, e ne fa invece un meccanismo, un topo da laboratorio, un ingranaggio, un affastellamento di nozioni e un fascio di skills. Ha identificato il punto più dolente con la scomparsa della funzione autorevole, che non è tale perché ha la forza e gli strumenti coercitivi per imporsi, ma che si impone per la proposta di cui è portatrice: quella di introdurre a una realtà desiderabile e definitivamente amica. È una scomparsa epocale, mai avvenuta prima, che svela il dubbio atroce da cui sono attanagliati gli adulti, riflettendosi poi tragicamente sulle generazioni più giovani.

La serata del 9 ottobre scorso è stata come un grande grido: No! Quello che portiamo vale la pena di essere trasmesso, perché i nostri ragazzi senza di questo sono di meno, meno felici, meno liberi, meno uomini. E in questo "noi" con sorpresa lieta si sono trovati in tanti che fino a ieri pensavano di dover condurre da soli una lotta impari e senza prospettive di vittoria. Pietro Ortelli ha ripercorso la lista delle firme e delle testimonianze pervenute: una studentessa dell'ASP che per la passione che nutre per l'insegnamento si adatta a passare sotto le forche caudine della pedagogia autorizzata cantonticinese, mamme e papà, a volte soli, a volte così uniti da inviare la loro firma in coppia; docenti di ogni ordine e grado, dalla Scuola dell'Infanzia all'Università; un manipolo di sacerdoti e una pattuglia di medici; operai e impiegati, architetti e avvocati; infermiere, psicologi, estetiste, meccanici e carpentieri, senza dimenticare le signore delle pulizie, diverse commesse e venditrici, e infine le nonne e i nonni, che tutti esultano per i loro meravigliosi nipotini. Pochissimi politici. Pochi esponenti del mondo della Scuola. E lode perciò a quelli che finora si sono esposti per un'ideale per il quale, come i moltissimi "uomini comuni" ci testimoniano varrebbe la pena si perdesse non solo la faccia, ma anche tutto il sangue che si ha nelle vene.

Moltissimi degli interventi scritti che accompagnano le firme sul blog aperto a questo scopo dal Centro Culturale di Lugano (appelloeducazione.blogspot.com) denunciano la solitudine, una condizione che rende impossibile qualunque educazione. E i promotori dell'Appello hanno risposto aprendo uno spazio virtuale dove sia possibile in modo molto semplice e informale mettere in comune la propria esperienza. Ma certamente le iniziative che promettono di sorgere non saranno di carattere virtuale!

Per il momento l'Appello è poi stato tradotto, per iniziativa di persone interessate a diffonderlo, in francese e in tedesco, e i testi in queste due lingue sono pure disponibili sulle pagine web dell'Appello per l'educazione.

Al termine della serata il Centro Culturale di Lugano ha espresso per bocca di Michele Fazioli, l'immenso stupore per quanto si è svolto sotto i nostri occhi, e che sorpassa di gran lunga qualunque aspettativa si fosse concepita in precedenza. L'Appello è nato infatti, come causa prossima, dall'urgenza che nei promotori ha suscitato la morte assurda eppure così significativa di Damiano Tamagni, in una sera di carnevale del 2007. Dopo un'estate di gestazione, ha preso il largo per l'urgenza con cui il desiderio di affermare che il significato è preponderante sull'assurdo esigeva di essere comunicato.

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Cos'è il Centro Culturale di Lugano:
Il Centro Culturale di Lugano è un'associazione di amici il cui scopo è promuovere incontri e iniziative volti ad affermare che la cultura è una consapevolezza così carica di gusto da arrivare fino all'umorismo, all'ironia, per amore, per affezione, che si documenta criticamente e sistematicamente.

Il programma delle iniziative in corso e l'archivio di quelle passate è disponibile qui: www.centroculturale.org.

Inoltre viene distribuita una newsletter settimanale, i cui contenuti sono in sintesi descritti dall'Editoriale: Uno degli scopi di questo blog è quello aiutare a scegliere nel mare magnum delle notizie che rimbalzano da ogni parte del globo, fornendo informazioni provenienti da fonti verificate, alla cui radice ci sia cioè un incontro non virtuale ma molto reale con le persone che sono all'origine delle informazioni stesse. Per iscriversi alla Newsletter, scrivere a centroculturale.lugano@gmail.com.

domenica 19 ottobre 2008

Educare, un rischio da correre?

Da Popolo e Libertà del 17 ottobre 2008

di Nathalie Ghiggi (a lato nella foto)

“Adesso prenditi le tue responsabilità!”. Alzi la mano chi non si è mai sentito dire questa frase. E alzi la mano anche chi, giovane appena bacchettato guardando con aria di sfida l’adulto, non abbia pensato “inizia a prendertele tu, le tue responsabilità!”.
Responsabilità ed educazione sono al centro dell'Appello sull'educazione lanciato a inizio settembre e sottoscritto da più di 500 persone: intellettuali, operatori del mondo della scuola, politici, ma soprattutto tante persone “comuni”.
L’ Appello, presentato all’opinione pubblica nei primi giorni dell’anno scolastico, sottolinea come la scuola sia sempre più spesso chiamata a prendersi delle responsabilità che spetterebbero alle famiglie in un momento in cui l’emergenza più grande per la nostra società è quella educativa. Come possono i giovani trovare una propria strada cosciente e responsabile, senza potersi riferire ad adulti consapevoli del loro ruolo nella società? Educare diventa quindi un rischio, in bilico tra due libertà. Un rischio che i numerosi genitori, gli educatori, gli insegnanti presenti settimana scorsa nell'aula magna, gremita in ogni ordine di posto, del Liceo di Lugano2 hanno voluto testimoniare. Testimonianze diverse, vere, che hanno un’origine comune: la famiglia. Educare è quindi un compito della scuola o della famiglia? Qual è il ruolo dello Stato?
Lo Stato è chiamato certamente ad offrire una scuola forte, per tutti, che renda attrattivo lo studio, che sappia incoraggiare i talenti e l'apprendimento. In questo ambito il PPD svizzero ha recentemente ribadito tale necessità accettando una risoluzione a sostegno di questo tipo di scuola.
Ma tutto questo è sufficiente? La scuola, i docenti, gli animatori sono sempre più spesso chiamati a supplire le mancanze educative delle famiglie. Chiudere gli occhi su questo problema non è possibile, ripiegarsi a riccio su posizioni fuori dal tempo non serve a molto (se non ad esprimere una poco velata ipocrisia), trovare soluzioni è impegnativo. In una società in cui non si parla più di famiglia, ma di famiglie, la famiglia tradizionale e i suoi valori diventano sempre più rari, e come tali vanno protetti e sostenuti. Senza famiglie forti difficilmente esistono una società, un’economia e uno Stato forte.
L’Appello educativo ha il grande pregio di riportarci a riflettere, unire in una sola voce le esigenze delle numerose famiglie del nostro Paese, ma non solo. Di fronte a questo movimento spontaneo è importante che il mondo politico offra delle risposte chiare ai genitori, ai figli, ai giovani. Un’imposizione fiscale più favorevole alle famiglie, un adattamento degli orari di lavoro e delle strutture in favore dei genitori che vogliono e/o devono conciliare l’attività educativa con quella lavorativa, un contenimento dei costi della salute sempre più onerosi, sono solo alcuni dei temi all’ordine del giorno nell’agenda politica. Allo stesso tempo, però, anche la società civile è chiamata a mobilitarsi per rimettere al centro della cosa pubblica la famiglia. Qualcosa, allora, si sta muovendo.

venerdì 17 ottobre 2008

L'intervento di Adriano Barchi alla serata del 9 ottobre

Buonasera a tutti.

"Manuela, leggi qua! Avrei voluto scriverlo io! " Questa è la reazione che ho avuto la prima volta che ho letto l'Appello sul giornale. Manuela è mia moglie, la mia migliore amica, quella con cui confronto tutte le mie idee. Ho sottoscritto questo appello perché ci credo veramente.

Insegno, ho il privilegio di insegnare, ho il privilegio di condividere le idee, e di sentire le idee dei ragazzi e delle ragazze ai quali insegno alla Scuola Professionale, la Scuola Arti e Mestieri, e ho queste due materie che sembrano quasi in antitesi: informatica e sistemi da un lato, e etica professionale dall'altro. L'etica professionale l'abbiamo proprio inserita perché vediamo che non possiamo insegnare niente di tecnico e di scientifico se non appoggiamo queste conoscenze sulla qualità dell'uomo, sull'essere umano, su una base solida che sia una base umanistica. Perché sono convinto che la scuola prima di istruire deve educare.

Siamo in una società del'istruzione, e sempre meno dell'educazione. E l'educazione è per essere uomini, cioè, per sapere cosa vuol dire essere uomini, cosa vuol dire porsi davanti all'altro, cosa vuol dire confrontarsi con l'altro nel rispetto però delle proprie idee, e delle proprie culture. Come ho scritto nell'intervento sul blog, io mi commuovo quando leggo le relazioni dei ragazzi ai quali insegno etica professionale. E mi dico: come sono privilegiato di conoscere sentimenti e di conoscere idee che neanche i loro genitori conoscono. E non posso far a meno, quando leggo queste relazioni, di far passare davanti ai miei occhi il viso di ognuno di loro e di pensarli nei loro conflitti adolescenziali, magari nelle loro famiglie, e pensare che molte volte sono soli, sono veramente soli, perché la nostra società gli da l'Ipod, gli da l'MP3, gli insegna come usare tutti i mezzi informatici, ma non gli insegna a riconoscere le loro emozioni, a dare un nome alle proprie emozioni, a lavorarci sopra. E poi, a poterle condividere con gli altri.

Guardavo prima l'immagine bellissima di quella classe con il ragazzino furbetto che guarda indietro (sopra, Ndr), e mi dicevo: come sono belli questi nostri figli, come sono belli i nostri ragazzi! E che grande valore hanno, e che peccato lasciarli andare così, senza nessuno che li accompagni! Senza nessuno che li prenda per mano e gli insegni quali sono i valori fondamentali della vita, per la quale vale veramente la pena di vivere. Io amo i ragazzi ai quali insegno, perché sono grandi, sono il nostro futuro, e per questo vale la pena investirci e di lavorare per loro.

giovedì 16 ottobre 2008

Le ragioni dell'Appello per l'educazione. L'audio della serata del 9 ottobre 2008

Con molte grazie a Pedro per la registrazione e la produzione dei file MP3

    • L'introduzione di Michele Fazioli (audio)
    • L'intervento di Pietro Ortelli (audio)
    • Michele Fazioli introduce (audio) e poi legge l'intervento scritto di Franco Lazzarotto (audio)
    • L'intervento di Adriano Barchi (audio)
    • Introduzione di Susy Erba (audio) e il suo intervento (audio)
    • Introduzione di Gian Piero Bianchi (audio) e il suo intervento (audio)
    • Introduzione del Prof. Giorgio Chiosso (audio). Prima parte del suo intervento (audio) e seconda parte (audio).
    • Domande al Prof. Chiosso, replica e conclusione (audio)

martedì 14 ottobre 2008

Investire nei nostri ragazzi dovrebbe essere la cosa più naturale e più spontanea di questo mondo

A lato, bimba al lavoro in una tessitura, Lancaster, S.C., December 1, 1908, foto di Lewis Haine. By courtesy of eyewitnesstohistory.com

L'intervento di Susy Erba alla serata di giovedì 9 ottobre

xchè ho voluto sottoscrivere l'appello e xchè credo un questo ??

sono una mamma con un figlio di 9 anni, a cui dedico tutte le mie energie e il mio tempo (con immenso piacere e senza rimpianti) ; a cui cerco di dare un'educazione che di questi tempi sembra ormai "fuori moda"! vengo spesso ripresa che sono troppo severa, esigente, ("fuori moda" appunto) etc etc ; ma poi i risultati si vedono: mio figlio viene spesso lodato della buona educazione e del buon comportamento (piace agli adulti e conquista i suoi coetanei).

Ma viviamo in un tempo molto difficile per i bambini e i giovani. Con tutti i fatti di cronaca (e non c'è bisogno di guardare molto lontano, bastano i fatti del nostro Ticino e quelli attorno, restando però in CH) un genitore oggi si pone molte domande e molte sono le paure, (come ben si potrà capire)

Troppo spesso però sento dire (alla radio, alla tv, in strada) o leggo, che la società é responsabile, che la scuola è responsabile! ("...che nessuno fa più nulla", "...che i politici non intervengono!!", che bla bla)

Secondo me invece la partenza è in famiglia; purtroppo oggi sembra che nessuno abbia più voglia di "investire" nel fare il genitore ... sembra quasi una perdita di tempo, e quindi si aspettano che la società, rispettivamente la scuola, faccia tutto !

Ecco perché istintivamente -appena ho letto l'articolo apparso i primi di settembre sul quotidiano- ho voluto aderire (in genere sono una persona "schiva" che tende a restare nell'angolo, ma questo è un argomento a cui tengo molto, in cui credo veramente).

Forse perché spero che si possa far qualcosa per risvegliare la voglia e la consapevolezza che educare i ragazzi è un compito piacevole e parte dalla famiglia .... ovviamente con l'aiuto anche della società .... per diventare infine un'unica grande unità/famiglia dove si può collaborare e dialogare !! Investire nei nostri ragazzi dovrebbe essere la cosa più naturale e più spontanea di questo mondo !!

Uomini di scuola, rompete gli indugi!

A lato, Albert Anker, Der Gemeindeschreiber.

Dal Giornale del Popolo di oggi:

Appello per l’educazione:
«Si muova anche il mondo della scuola»


di Roberto Laffranchini

Alcune persone prima dell’incontro di giovedì sera al Liceo 2 sulle ragioni dell’Appello, guardando la sala che si stava sempre più riempiendo, mi hanno chiesto con evidente stupore: «Ma da dove nasce tutto questo?» riferendosi a quella serata ma anche al sorprendente successo dell’Appello per l’educazione.
Io ho provato a rispondere che, con alcuni amici docenti e genitori, di fronte alla sfida educativa sempre più urgente, abbiamo cercato di riproporre a tutti un compito, quello di educare, che non può essere subordinato a nessuna condizione, con il desiderio di riscoprire e vivere anzitutto la nostra umanità. Ma ciò che ha più colpito me e probabilmente anche le persone che mi ponevano quella domanda è stato quanto è avvenuto dopo aver lanciato l’Appello: decine, poi centinaia di persone di ogni provenienza sociale che con grande determinazione e semplicità hanno sottoscritto l’Appello, tanto da indurre i responsabili del Centro Culturale di Lugano, di cui faccio parte, a chiedere ad alcuni firmatari di portare la loro testimonianza in un incontro pubblico, come è avvenuto giovedì sera. Abbiamo dovuto, per così dire, arrenderci ai fatti, non previsti e non prevedibili in questa misura.

A questo punto sono io che mi pongo una domanda: perché questo successo? L’esigenza di rispondere all’emergenza educativa è indubbiamente grande e gli episodi di violenza o anche soltanto di disagio profondo, di estraneità pesante, di incomprensione sono un dato che non possiamo sopportare a lungo passivamente. Ma forse c’è anche un motivo più profondo, non solo legato alle pur sacrosante e sempre più in crisi convenienze della vita civile, come il rispetto per le persone e le cose, la sicurezza, il corretto comportamento. C’è dell’altro, ed è che senza educazione perdiamo noi stessi. La domanda di educazione è la domanda con cui è possibile ogni giorno incominciare di nuovo, con una grande speranza che ci viene dal percepire la nostra vita e quella degli altri (a cominciare da chi ci è più caro) come un bene che ci dice che le cose hanno un senso e ci chiede di testimoniarlo. È il grande compito che una generazione si assume verso la generazione successiva, affinché essa stessa, attraverso la testimonianza, possa riscoprire ciò per cui vale la pena esserci, lavorare e anche soffrire.

Come continuare? Alla luce di quanto sta accadendo con l’Appello, il legittimo interrogativo che nell’entusiasmo suscitato da questa iniziativa qualcuno si pone anche con un po’ di apprensione, perde quella forza dissuasiva e paralizzante che spesso blocca anche gli impeti più veri. La risposta c’è già perché abbiamo visto muoversi qualcosa. Abbiamo visto che l’esigenza di chi ha aderito è la stessa mia esigenza. Essa chiede soltanto di vedere e di conoscere il positivo su cui “appoggiamo” le nostre giornate (pur nella fatica e nelle difficoltà), chiede di dare testimonianza ai fatti che ci sono nella vita di ognuno e che vanno in una direzione opposta a quella del non senso, della noia, del “tanto è tutto inutile”, dell’assurdo.

Abbiamo tutti una responsabilità. E firmare l’Appello o continuare a comunicarci domande o esperienze significative, come ci permette di fare il blog aperto dal Centro Culturale di Lugano (appelloeducazione.blogspot.com), è già un modo per mettere in gioco questa responsabilità. A questo proposito rilancio un invito che ho raccolto dal mio ispettore scolastico, convinto sostenitore e firmatario dell’Appello, in visita nella scuola che dirigo venerdì mattina. Dopo avermi interrogato a lungo con grande interesse sulla serata, a cui non aveva potuto partecipare, mi dice che l’educazione è certamente compito di tutti, ma noi insegnanti e dirigenti scolastici dobbiamo fare la nostra parte mettendoci in prima fila perché i giovani ci guardano (ce l’ha detto anche il prof. Chiosso giovedì sera).

A mia volta invito perciò tutti gli insegnanti e i direttori a rompere gli indugi, a esporsi perché questo è quanto i giovani e la società si aspettano da noi. E in questo momento l’Appello è una straordinaria occasione per dire che ci siamo e che abbiamo qualcosa da testimoniare anche per coloro che finora non hanno potuto o voluto ascoltare.

lunedì 13 ottobre 2008

La parola, frutto di un lungo cammino di civiltà, è ciò che ci permette di essere uomini.

A lato: alfabeto cherokee, by courtesy of Maurizio Pistone

L'intervento di
Gian Piero Bianchi
la sera del 9 ottobre


Ho firmato perché sento la necessità di condividere con altre persone di diversi ambiti professionali, culturali, sociali il bisogno di una società nuova:

più giusta,

più generosa e fraterna,

più degna di una libertà conquistata nella quotidianità, una libertà non solamente dell’individuo, ma di un paese fatto di persone che sappiano coniugare questo valore alla solidarietà.

L’ho fatto anche spinto dagli ideali che mi accompagnano nella vita, ma anche perché altri ideali diversi dai miei possano continuare ad essere espressi in un modo che sia meglio adeguato alle nuove esigenze. Essi devono poter esistere, convivere, combinarsi, rinnovarsi. Non esiste un ideale che costituisca la panacea di tutti i mali del mondo.

L’accettazione di ogni idea prodotta da un’intelligenza onesta deve avere pari dignità delle altre.

Quello che posso dire in questo breve, momento è molto incompleto, slegato perché il tema è molto vasto e va ripreso approfondito.

Percepiamo quotidianamente segnali abbastanza preoccupanti che ci vengono dalla società.

Non voglio tuttavia produrre un elenco di fatti negativi.

Ognuno qui in sala potrebbe aprire il suo “Cahier delle doléances” e portarci a condividere un lungo elenco sintomi di decadenza, caratterizzato da episodi dei quali siamo quotidianamente spettatori o protagonisti.

Mi limito ad un caso capitatomi di recente. Nel corso di un colloquio una madre mi dice:

- Voglio insegnare a mio figlio la furbizia, perché in questa società solo i furbi sono vincenti ! -

È un’affermazione che mi ha fatto riflettere. Siamo giunti a questo punto?

Si confonde un aspetto del carattere con un valore.

La furbizia è una delle qualità dell’uomo se usata nel modo giusto.

In pratica deve essere usata per conseguire un fine che soggiace ad un valore, ad un’etica in caso contrario, questa dote, che è anche dell’animale, potrebbe far del male, ferire. Proprio come in piena Giungla.

Uno dei segnali più forti che mi giunge è il linguaggio che si fa sempre più povero e rozzo.

Non voglio qui analizzarne le cause, ma penso che qualcosa bisogna fare.

La parola è ciò che ci permette di essere uomini. È il frutto di un lungo percorso che la civiltà ha tracciato nei secoli.

Essa ci permette di parlare di tutti gli altri linguaggi, di esprimere i nostri sentimenti, le nostre ansie, di raccontarci attraverso le nostre storie, di sentirci nel nostro essere, di difendere e di difenderci, di chiedere e di chiederci, di elaborare pensieri complessi.

La lingua serve a produrre cultura.

La scuola e anche l'intera società devono tornare a concentrarsi su questa colonna portante dello sviluppo civile.

La scuola non può salire in cattedra, deve scendere in campo e svolgere con umiltà e fermezza, in un mare di difficoltà il compito che le è istituzionalmente e storicamente affidato.

Oggi alla scuola si chiede troppo.

A lei si chiede spesso di assumere compiti che non sono suoi, che esulano dall’istruzione/educazione cui è chiamata,

di sostituirsi a genitori che faticano a svolgere il loro compito,

di erogare servizi per soddisfare bisogni che ci sono, ma ai quali lei non deve rispondere (la mensa, il doposcuola, la funzione d'asilo nido servizi propri d'altre strutture).

Spesso il docente è distratto dal suo compito essenziale: insegnare (cioè: lasciare un segno).

Su cosa significhi insegnare si può discutere a lungo.

La scuola deve interagire con la società e la famiglia. Per questo deve definire meglio il suo compito e comunicare.

Come la famiglia ha bisogno di tornare ai suoi compiti essenziali (penso alla scuola dell’obbligo) e definire chiaramente la sua missione.

L’articolo 2 della legge della scuola accanto ai valori di giustizia e di libertà, di sviluppo dell’individuo, del rispetto per l’ambiente, pone diversi solidi principi che definiscono il compito della scuola.

Questo articolo potrebbe essere posto alla base di un dibattito che dovrebbe portare il più ampio numero di persone possibili a definire tracce che aiutino a tradurre nella concretezza questi principi che dovrebbero portare l’allievo ad essere (direi meglio ad esserci), a saper fare e a fare.

Ciò va fatto in base ad una condivisione a livello sociale. La scuola ha bisogno di comunicare maggiormente con il territorio in cui si situa, per questo ho firmato, per far unione, forza.

Ho bisogno di condividere un progetto educativo forte con la società; un concetto d'educazione in un quadro che preveda un progetto di società.

Lo stesso articolo 2, che ho citato, pone la famiglia accanto all’istituzione scolastica come partner essenziale per il suo lavoro educativo.

Penso che far scuola oggi sia difficile, penso che anche fare il genitore non sia facile.

La famiglia va sostenuta. Non può più essere lasciata sola in un mare in burrasca in cui e difficile trovare orientamenti.

L’istituto scolastico deve diventare un centro in cui anche i genitori si educano e i docenti, assieme a loro, si educano ed educano.

Sono riuscito a far capire alla madre, della quale ho parlato poco fa, che la furbizia a cui lei accennava non era un valore di riferimento.

Il colloquio è stato in seguito interessante e fondato sul senso della vita alla quale suo figlio si sta aprendo.

È meglio un avvocato furbo o un manovale onesto? Ci siamo chiesti assieme, poi ne abbiamo parlato serenamente. L’ho vista partire più rilassata.

C’è spazio per questo lavoro. Parliamone.

È molto bello che questa sera ci si ritrovi riuniti in una sala senza etichette particolari, sopra le barriere con la sola idea di voler contribuire ad educare meglio per preparare un domani migliore. Dobbiamo ripensarci perché penso che ogni cambiamento deve partire dalla ri – scoperta di convinzioni vive che nascono nell’anima profonda che ognuno di noi possiede.

venerdì 26 settembre 2008

Giovedì 9 ottobre a Lugano: le ragioni dell'appello per l'educazione

I promotori dell'Appello per l'educazione organizzano una serata pubblica
alla quale siete cordialmente invitati.


Giovedì 9 ottobre alle ore 20:45
nell'Aula magna del Liceo Lugano 2 di Savosa

Interverranno
Prof. Giorgio Chiosso, ordinario di pedagogia all'Università di Torino
e alcuni sottoscrittori dell'Appello.